Oggi vi porto un paradosso che vale la pena guardare in faccia.
Non è mai stato così facile apparire competenti in finanza. Un prompt, dieci secondi, e hai un’analisi di mercato che suona convincente, con grafici, numeri, un tono da esperto navigato.
Il problema è che non è mai stata così rara la competenza vera e la distanza tra queste due cose, tra sembrare e sapere, oggi vale i risparmi di milioni di persone.
IL FENOMENO FINFLUENCER
Partiamo da chi ha aperto la strada: i finfluencer, gli influencer della finanza.
Parlano di investimenti su TikTok, Instagram, YouTube, spesso con un linguaggio semplice, diretto, vicino, un po’ come cerchiamo di fare anche qui, ma con una differenza sostanziale che vedremo tra poco.
La Consob, nel giugno 2026, ha pubblicato un intero Quaderno FinTech dedicato al fenomeno.
Il quadro che emerge non è rassicurante: linguaggio e formati che creano «bolle informative», messaggi pubblicitari nascosti, gamification aggressiva, cioè meccaniche da videogioco applicate agli investimenti e un eccesso di informazioni che disorienta l’investitore fino a spingerlo a un’operatività compulsiva. Non decisioni ponderate: riflessi.
Un dato mi ha colpito più di tutti: otto giovani su dieci, secondo la stessa indagine Consob, chiedono che questo fenomeno venga regolamentato.
Non sono i regolatori a voler mettere il bavaglio ai social. Sono i più esposti a chiederlo per primi.
L’AI COME ACCELERATORE
Arriviamo al salto di qualità del 2026: l’intelligenza artificiale.
Ai finfluencer in carne e ossa si sono affiancati chatbot che consigliano investimenti e permettono di sottoscrivere posizioni in criptovalute direttamente da un’app, senza nessun filtro umano nel mezzo. Chiedi, l’AI risponde, tu agisci.
Nessuno controlla se la risposta è corretta, se è adatta al tuo profilo di rischio, se tiene conto della tua situazione reale.
Però c’è un livello ancora più inquietante: il deepfake. Volto e voce di persone note, spesso professionisti autorevoli o personaggi pubblici, vengono clonati per promuovere investimenti che quelle persone non hanno mai autorizzato.
La reputazione, costruita in anni, diventa un bene riproducibile in pochi minuti da chiunque abbia gli strumenti giusti.
Il punto centrale, il messaggio che vi lascio da questa puntata, è questo: un consiglio sbagliato dato da un’AI non ha nessuno che ne risponde.
Non esiste un albo dei chatbot. Non esiste una polizza di responsabilità civile professionale di un modello linguistico.
Se perdi i tuoi risparmi seguendo un consiglio generato da un algoritmo, il conto lo paghi solo tu.
COSA DICE LA LEGGE
Attenzione, però: la legge su questo è già più chiara di quanto si pensi.
ESMA e Consob hanno ricordato con una nota congiunta che dare consigli di investimento sui social è, a tutti gli effetti, un’attività di consulenza finanziaria e la consulenza finanziaria, in Europa, richiede un’autorizzazione.
Non è una zona grigia: chi promuove prodotti o servizi finanziari online, spiegano le due autorità, «è comunque responsabile di ciò che pubblica», anche senza lavorare in banca, anche senza essere un professionista iscritto.
Non è una minaccia astratta: l’anno scorso l’Antitrust italiana ha aperto un’indagine su sei influencer finanziari per pratiche commerciali scorrette.
La cornice normativa esiste. Il problema è farla rispettare in un ecosistema, quello digitale, che cambia più in fretta di quanto la vigilanza riesca a inseguire.
LA DIFFERENZA CHE CONTA
Arriviamo al cuore della questione, quello che a me interessa davvero come persona che lavora in questo settore da quasi quarant’anni.
La differenza tra un consulente finanziario autorizzato e un finfluencer, umano o generato da un’AI, non è una questione di età, di stile comunicativo o di quanto sei bravo a spiegare le cose in modo semplice.
È una questione di responsabilità verificabile.
In Italia i consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede sono oggi 56.191, in crescita del 7,2% sull’anno precedente.
Sono iscritti a un albo pubblico e consultabile. Rispondono professionalmente e legalmente delle indicazioni che danno. Hanno l’obbligo di formazione continua e, dato interessante, mostrano un tasso di violazioni disciplinari sanzionate molto contenuto.
Non sto dicendo che ogni consulente sia infallibile, né che ogni contenuto sui social sia dannoso: esistono divulgatori seri, che fanno vera educazione finanziaria senza vendere nulla e senza fingersi ciò che non sono.
Il problema non è il canale, social o allo sportello, ma è la verificabilità di chi parla. Puoi controllare chi è, cosa è autorizzato a fare e a chi risponde se sbaglia? Se la risposta è no, non stai ricevendo consulenza. Stai ricevendo intrattenimento travestito da consulenza. E la differenza, quando di mezzo ci sono i tuoi risparmi, non è sottile: è tutto.
Chiudo con la domanda che dovremmo farci tutti prima di seguire un consiglio finanziario trovato online, generato da un’AI o consigliato da chi ha semplicemente tanti seguaci: se questo consiglio si rivela sbagliato, chi ne risponde?
Un video virale non risponde. Un chatbot non risponde. Un consulente autorizzato sì.
La finanza amichevole, quella vera, non è quella che ti fa sentire un esperto in trenta secondi. È quella che ti aiuta a riconoscere, con lucidità, quando hai davvero bisogno di un professionista che ne risponda.
L’immagine è stata creata mediante l’utilizzo di AI
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Il primo principio è che non devi ingannare te stesso e tu sei la persona più facile da ingannare.
Richard Feyman
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