Sto leggendo in queste settimane d’agosto “Perché i paesi falliscono — il grande ciclo dell’economia” di Ray Dalio, il fondatore di Bridgewater, uno dei più grandi investitori al mondo. Dalio racconta come le grandi potenze seguano un ciclo quasi prevedibile: ascesa, apice, declino e uno dei segnali più affidabili del passaggio dall’apice al declino, dice Dalio, è proprio l’accumulo di debito che una nazione non riesce più a gestire con le proprie forze.
Leggendo quelle pagine ho pensato: perché non guardare i dati veri, oggi, per tutte le principali economie del mondo? Non solo l’Italia. Il G20 e soprattutto: chi possiede davvero questo debito? Perché la risposta, come vedremo, non è quella che quasi tutti immaginano.
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IL QUADRO G20: CHI DEVE E QUANTO
Partiamo dai numeri, come sempre, con una fonte solida: il Fiscal Monitor del Fondo Monetario Internazionale (FMI), pubblicato ad aprile 2026.
Il debito pubblico mondiale ha raggiunto quasi il 94% del PIL globale nel 2025 e secondo le proiezioni, supererà il 100% entro il 2029, un livello che, come sottolinea il Fondo stesso, è stato toccato solo durante la Seconda guerra mondiale.
Guardiamo ai protagonisti del G20. Il Giappone resta il caso più estremo: oltre il 250% del PIL. Ma qui c’è una particolarità enorme che ci servirà dopo: quel debito è quasi tutto in mano giapponese.
Gli Stati Uniti sono al 124% nel 2025, con una traiettoria verso il 142% entro il 2031. Il deficit è nell’ordine del 7-8% del PIL ogni anno, una cifra impressionante per l’economia più grande del mondo.
La Cina è il caso più complesso da leggere. Il dato ufficiale di Pechino parla di un debito pubblico centrale attorno al 29% del PIL, sembrerebbe indicare una salute perfetta. Ma il FMI usa una misura più ampia, che include i veicoli di finanziamento dei governi locali e le banche di sviluppo statali: con quella misura, la Cina è già al 99-110% del PIL nel 2025, destinata al 127% nel 2031. Due numeri, due Cine diverse, a seconda di cosa si conta.
L’Eurozona nel suo complesso resta più contenuta, all’87-88% del PIL. Ma dentro l’Eurozona le differenze sono enormi: l’Italia è al 137% nel 2025, salirà al 138,4% nel 2026 secondo l’FMI, con un deficit al 2,8%. Nel 2026 l’Italia supera per la prima volta la Grecia come paese con il rapporto debito/PIL più alto dell’Eurozona. La Germania, storicamente prudente, è finita in procedura d’infrazione con un deficit oltre il 4%. La Francia è oltre il 5%.
Tra i paesi emergenti del G20 il quadro cambia: economie come l’Indonesia restano sotto il 40% del PIL, un contrasto netto con le grandi economie avanzate, e un promemoria utile: il debito alto non è una legge di natura, è una scelta politica accumulata nel tempo.
CHI POSSIEDE DAVVERO IL DEBITO USA
Ed eccoci al punto che a molti sfugge, e che nel libro di Dalio è centrale: non conta solo quanto debito si ha, conta soprattutto chi lo finanzia, e a quali condizioni.
Prendiamo gli Stati Uniti, il caso più osservato al mondo. Chi pensa che il primo creditore dell’America sia la Cina si sbaglia, e non da oggi. Il maggiore detentore del debito americano è la Federal Reserve stessa: circa 4.400 miliardi di dollari in Treasury, dentro un portafoglio complessivo di 6.350 miliardi. In pratica, la banca centrale americana finanzia in buona parte lo stesso Stato che la controlla.
Poi ci sono i fondi fiduciari federali, le riserve di previdenza sociale e simili, che detengono altri 7.640 miliardi: debito che lo Stato deve, in un certo senso, a se stesso.
Gli stranieri, tutti insieme, possiedono circa 9.350-9.500 miliardi di dollari, un record storico, circa il 24% del debito totale. E qui arriva il dato che smonta un luogo comune: il primo detentore estero è il Giappone, con 1.210 miliardi. Il Regno Unito è secondo. La Cina è terza, e in calo: da 743 miliardi a 651 miliardi in appena un anno.
Un dettaglio curioso da conoscere: nelle classifiche compaiono in alto paesi come Belgio, Isole Cayman, Lussemburgo e Irlanda. Non è che questi paesi si siano improvvisamente arricchiti, ospitano semplicemente i fondi d’investimento attraverso cui altri investitori nel mondo comprano Treasury. La geografia dei dati, insomma, non racconta sempre la proprietà reale.
IL CASO CINA: PERCHÉ SI RITIRA E PERCHÉ NON PUÒ FARLO TROPPO
Perché la Cina sta riducendo le sue riserve in Treasury? In parte per diversificare verso oro e altre valute, in parte come risposta alla tensione commerciale con Washington.
Ma qui si vede bene il concetto di “incrocio” che Dalio descrive nel suo libro: la dipendenza è reciproca, non a senso unico. Se la Cina vendesse in massa i suoi Treasury, il dollaro si svaluterebbe, ma lo yuan si rivaluterebbe di riflesso, colpendo la stessa competitività delle esportazioni cinesi su cui Pechino costruisce gran parte della sua crescita. È una forma di equilibrio scomodo: nessuno dei due può muoversi bruscamente senza farsi male da solo.
A COSA DOBBIAMO STARE ATTENTI
Tre cose, in particolare.
La prima è l’effetto valanga: quando il costo medio del debito supera la crescita economica nominale, il debito si autoalimenta, indipendentemente da quanto un governo tagli la spesa.
La seconda: gli interessi stanno diventando la voce di spesa più pesante. Negli Stati Uniti, i pagamenti netti di interessi sono passati dal 2% al 4,2% del PIL in pochi anni, superando la spesa per la difesa. In Italia si va verso il 4,3% del PIL entro il 2028. Nei paesi a basso reddito, gli interessi assorbono in media il 21% delle entrate fiscali, soldi che non vanno a scuole, ospedali, infrastrutture.
La terza è la concentrazione del rischio nei mercati finanziari stessi: nell’ultima asta di Treasury a 20 anni, gli acquirenti indiretti, la misura che approssima la domanda estera, hanno assorbito il 71% dell’emissione. Finché la domanda tiene, il sistema funziona. Il giorno in cui dovesse vacillare, i tassi salirebbero di colpo, per tutti, anche per l’Italia, attraverso lo spread.
COSA SIGNIFICA PER IL RISPARMIATORE ITALIANO
Per chi ci ascolta da casa, il messaggio pratico è questo: il debito pubblico non è più una questione nazionale isolata, è un sistema di vasi comunicanti. Quello che succede al Treasury americano si riflette sul BTP italiano attraverso lo spread, i tassi globali, la fiducia dei mercati. Per questo continuiamo a guardare quel numero, spread e rendimento del decennale, come termometro concreto della nostra esposizione a un fenomeno che, ormai, è globale.
Chiudo tornando al libro che ha acceso questa puntata. Dalio scrive, in sintesi, che gli imperi, quando arrivano al loro apice, tendono a confondere la fiducia dei mercati con una garanzia permanente. Non lo è mai stata, per nessuno, nella storia. Vale la pena tenerlo a mente, ascoltando i numeri di oggi.
L’immagine è stata creata mediante l’utilizzo di AI
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Con il tempo, i mercati si adattano e trovano un nuovo equilibrio.
Ernest Hemingway
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