Settembre. Le valigie tornano in soffitta, le chat di lavoro si riaccendono, e con loro arriva puntuale il rito dei buoni propositi: “da domani mi metto a posto”, “da questo mese risparmio di più”. Ne avevamo già parlato in una puntata passata. Ma quest’anno quella frase pesa in modo diverso. Perché non stiamo parlando di un rito, stiamo parlando di una necessità.
Oggi lo facciamo prendendo spunto da un tema che mi sta particolarmente a cuore, quello del mio ultimo libro: «Metti da parte per il maggior bisogno» e parliamo di una cosa semplice, quasi banale a dirsi, ma che quasi nessuno fa davvero: guardare in faccia le proprie entrate e le proprie uscite.
IL QUADRO DI QUESTA ESTATE
Partiamo dai numeri, perché raccontano qualcosa che a pelle già sentiamo tutti.
A luglio 2026 l’inflazione italiana rallenta al 2,8% su base annua, in discesa dal 3% di giugno. Sembrerebbe una buona notizia. Ma leggiamo la seconda riga: gli aumenti più consistenti restano concentrati proprio dove non possiamo scegliere di spendere meno, abitazione, acqua, elettricità e gas, che corrono al 6,5%.
È un paradosso che uno studio della Federazione Autonoma Bancari Italiani ha fotografato bene: l’Italia ha un’inflazione più bassa della media europea, ma questo non si traduce in un vero sollievo per le famiglie, perché i prezzi dei beni essenziali restano più alti e più persistenti nel tempo. In altre parole: il numero generale scende, il carrello della spesa no.
Però c’è un dato che pesa più di tutti: a fine 2025 la perdita di potere d’acquisto delle famiglie italiane rispetto al 2019 resta pari all’8,6%. Quasi un decennio, e non abbiamo ancora recuperato.
LA CLASSE MEDIA CHE SI ASSOTTIGLIA
Arriviamo al punto che mi preme di più.
I dati distributivi di Banca d’Italia, aggiornati a giugno di quest’anno, raccontano una storia precisa. Nel 2010 la metà più povera delle famiglie italiane possedeva in media un patrimonio netto di 83.000 euro. Nel 2025 quella cifra è scesa a 65.000 euro: meno 22% in termini reali.
Ma il dato che dovrebbe far riflettere di più riguarda proprio la fascia che chiamiamo classe media, o medio-alta: quella parte di famiglie che sta tra il sesto e il nono decile di ricchezza. Nel 2010 possedevano in media 481.000 euro. Nel 2025, 360.000: meno 25%. È la perdita relativa più forte di tutte le fasce. Nello stesso periodo, il 10% più ricco ha visto il proprio patrimonio salire da 2,54 a 2,68 milioni di euro.
Non è un dettaglio statistico. È la fotografia di un ceto medio che per sessant’anni è stato il motore dell’economia italiana, quello che comprava casa, mandava i figli all’università, sosteneva i consumi e che oggi si sta lentamente assottigliando, schiacciato tra il caro vita e redditi che faticano a tenere il passo.
Infatti la propensione al risparmio lo conferma: secondo la ricerca ACRI pubblicata per la Giornata Mondiale del Risparmio 2025, la quota di famiglie italiane che riesce a mettere qualcosa da parte è scesa dal 46% del 2024 al 41%. È il dato più basso dal 2018.
Ecco perché i buoni propositi di settembre, quest’anno, non sono un vezzo. Sono una questione di metodo.
IL METODO: ENTRATE, USCITE E «PAGARE PRIMA NOI STESSI»
Nel libro parto da un’immagine semplice, quella della famiglia come piccola impresa di casa. Nessuna azienda sopravvive se non sa esattamente quanto entra e quanto esce ogni mese. Eppure la maggior parte delle famiglie italiane vive di stime approssimative: «più o meno arrivo», «più o meno mi avanza qualcosa». Il «più o meno» è il primo nemico del risparmio.
Il primo passo, prima di qualsiasi altro proposito, è scattare una fotografia fedele: quanto entra davvero ogni mese, al netto, e quanto esce, voce per voce. Non serve un foglio di calcolo complicato: bastano poche categorie, casa, utenze, spesa, trasporti, svaghi e la costanza di aggiornarle.
Il secondo passo è quello che chiamo «pagare prima noi stessi». È un’inversione mentale semplice ma potente. Il metodo comune è: guadagno, spendo e se avanza qualcosa lo metto da parte. Il risultato è che, quasi sempre, non avanza nulla. Il metodo che funziona è l’opposto: nel momento in cui arriva lo stipendio, prima ancora di pagare bollette e spese correnti, si mette da parte una quota fissa, anche piccola, anche il 5 o il 10% e si vive con quello che resta.
È lo stesso principio che nel libro collego alla regola del 50/30/20: metà del reddito ai bisogni essenziali, un terzo ai desideri, almeno un quinto al risparmio e agli obiettivi futuri. Non è una legge matematica, è una bussola. Ma quel 20% funziona solo se viene trattato come una spesa fissa e non come un’eventualità.
TRE AZIONI CONCRETE PER SETTEMBRE
Tre cose semplici, da fare entro fine mese, non a gennaio prossimo.
Primo: fate il bilancio reale degli ultimi tre mesi, non quello ottimistico che avete in testa. Guardate l’estratto conto, non la memoria.
Secondo: automatizzate un bonifico ricorrente il giorno dello stipendio, verso un conto o un piano di accumulo, prima di ogni altra spesa. Se la scelta è automatica, la volontà non deve combattere ogni mese.
Terzo: prima di qualsiasi obiettivo di investimento o desiderio di spesa discrezionale, fissate un traguardo minimo di fondo di emergenza, tre, sei mesi di spese essenziali. È la rete che vi impedisce di tornare indietro alla prima bolletta imprevista.
Non sono consigli rivoluzionari. Sono gli stessi che ci ripetevano i nostri nonni, con parole diverse. La differenza, oggi, è che il contesto, caro vita, classe media più fragile, li rende meno un’opzione e più una necessità.
Buoni propositi, quest’anno, iniziano da qui.
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Non risparmiare ciò che rimane dopo aver speso, ma spendi ciò che rimane dopo aver risparmiato.
Warren Buffett
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