Mercati finanziari, primo semestre 2026: la fotografia di come si sono mossi

Sei mesi. È il tempo che ci separa dal 1° gennaio 2026, ed è bastato per vedere di tutto: una guerra che ha fatto schizzare il prezzo del petrolio, borse asiatiche che hanno raddoppiato di valore, l’oro – il «bene rifugio» per definizione – che invece di salire è sceso, e le criptovalute che hanno perso un terzo, o la metà, del loro valore dopo un 2025 di euforia.

Se sei una persona che guarda l’estratto conto del proprio portafoglio e si chiede «perché il mio fondo ha fatto +8% mentre il telegiornale parlava di crisi?», questo articolo è per te. Niente formule complicate: solo i numeri principali del semestre, spiegati con parole semplici, e il motivo per cui sono andati così.

Il fatto che ha cambiato le carte in tavola: la guerra in Iran

Per capire quasi tutto quello che è successo nei mercati tra marzo e giugno, bisogna partire da un solo evento: il 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele hanno lanciato un’operazione militare contro l’Iran. Nei giorni successivi lo Stretto di Hormuz – il tratto di mare da cui passa circa un quinto del petrolio mondiale e una quota rilevante del gas naturale liquefatto – è stato di fatto bloccato per settimane.

Il risultato è stato un doppio shock: i prezzi dell’energia sono saliti in modo violento (il Brent ha superato per la prima volta da tempo i 100 dollari al barile, con punte anche più elevate), mentre le banche centrali hanno dovuto rivedere al rialzo le stime di inflazione e al ribasso quelle di crescita. La Banca Centrale Europea, ad esempio, a marzo ha portato le previsioni di inflazione dell’Eurozona al 2,6% e tagliato quelle di crescita allo 0,9%.

Con l’annuncio di un’intesa tra Stati Uniti e Iran, i prezzi dell’energia sono poi rientrati su livelli più vicini a quelli di inizio anno, ma l’onda d’urto si è fatta sentire per tutto il semestre: sulle borse, sulle materie prime, sui tassi e persino sulle criptovalute.

Borse azionarie: un mondo a due velocità

Guardando l’elenco degli indici, la prima cosa che salta all’occhio è la distanza enorme tra chi ha guadagnato il 90–100% e chi è finito in territorio negativo. Non è un caso: dietro ogni numero c’è una storia diversa.

Il grande tema del semestre: l’intelligenza artificiale (IA) e i chip di memoria. Il Nasdaq (+12,79%) ha corso più degli altri indici americani grazie ai titoli tecnologici, ma i veri protagonisti sono stati i mercati asiatici legati alla produzione di semiconduttori. Il KOSPI coreano ha chiuso il semestre con un +97,04%, arrivando a raddoppiare il proprio valore in pochi mesi: un rialzo spinto quasi esclusivamente da Samsung Electronics e SK Hynix, colossi della memoria per chip IA (le cosiddette memorie HBM), che insieme pesano oggi per quasi la metà dell’indice. Diversi analisti – Goldman Sachs in testa – parlano di un vero e proprio «superciclo» dei semiconduttori di memoria, alimentato dalla domanda dei centri dati. Attenzione però: la concentrazione su due sole azioni rende questo rialzo più fragile di quanto i numeri suggeriscano.

Sulla stessa scia, Taiwan Weighted ha segnato un +55,37% (l’isola concentra oltre l’80% del proprio indice in titoli tecnologici) e la SZSE Component cinese +19,16%.

Il Giappone e il Nikkei 225 (+40,02%) raccontano un’altra storia positiva ma diversa: dopo decenni di stagnazione e deflazione, l’economia giapponese sta vivendo una transizione strutturale, sostenuta da afflussi di capitali stranieri e da una spesa pubblica robusta.

Gli Stati Uniti restano solidi ma meno esuberanti: S&P 500 +9,55%, Dow Jones +8,85%. Il vero segnale interessante è il Russell 2000 (+21,86%), l’indice delle small cap americane: le società più piccole, generalmente più sensibili ai tassi d’interesse, hanno beneficiato delle aspettative di un allentamento monetario da parte della Federal Reserve.

L’Europa corre più piano, ma con Piazza Affari protagonista. Il FTSE MIB (+14,27%) ha ottenuto risultati superiori all’Euro Stoxx 50 (+8,59%) grazie a tre fattori convergenti: il peso delle banche italiane (circa il 39% della capitalizzazione dell’indice), che hanno beneficiato di margini di interesse elevati e utili solidi; il settore energetico, favorito proprio dal rincaro del petrolio; e alcuni titoli legati a intelligenza artificiale e centri dati (STM, Prysmian, Carel, Lu-Ve) che hanno registrato risultati fuori scala. Bene anche AEX (+13,06%), BEL 20 (+13,07%) e IBEX 35 (+11,56%). Il DAX tedesco (+1,93%) e il CAC 40 francese (+2,61%) restano invece i fanalini di coda tra i grandi listini europei: entrambe le economie, fortemente orientate alle esportazioni e alla manifattura, hanno sofferto di più il rincaro energetico e i costi produttivi più elevati.

Le note stonate: India, Hong Kong e Russia. Il Nifty 50 indiano (-8,04%) e l’Hang Seng di Hong Kong (-10,73%) raccontano il rovescio della medaglia del petrolio caro: l’India è un grande importatore di energia, e la combinazione tra greggio elevato e rupia ai minimi storici contro il dollaro ha pesato sulla borsa di Mumbai. Hong Kong ha invece patito la cautela crescente sui titoli tecnologici cinesi. Il caso più estremo resta l’RTSI russo (-14,61%), condizionato da isolamento internazionale, sanzioni e dal peso della guerra sull’economia.

Materie prime: energia su, metalli preziosi giù e non è un controsenso

Qui il semestre offre una delle lezioni più istruttive per chi investe: il petrolio e il gas sono saliti esattamente come ci si aspetterebbe da un conflitto in Medio Oriente, ma l’oro – che dovrebbe essere il bene rifugio per eccellenza nei momenti di crisi – è sceso.

Sul fronte energia, il quadro è coerente: Petrolio Greggio (WTI) +20,85%, Brent +19,88%, Gas naturale TTF europeo +56,62%, Gasolio +53,22%, Benzina RBOB addirittura +69,88%. Numeri che si spiegano quasi tutti con il blocco temporaneo dello Stretto di Hormuz e con le conseguenze a catena sui trasporti, sulla logistica e sui costi di produzione in tutta Europa.

Sui metalli preziosi, invece, il calo (Oro -9,22%, Argento -17,98%, Platino -24,18%, Palladio -28,24%) va letto come una correzione dopo un 2025 straordinario, in cui l’oro aveva guadagnato quasi il 50% e l’argento oltre il 100%. Con i prezzi ai massimi storici di fine gennaio, molti investitori hanno incassato i guadagni; le vendite hanno attivato ordini di stop-loss automatici, che a loro volta hanno alimentato altre vendite, in un effetto a catena rafforzato dai deflussi dai fondi ETF sull’oro. Paradossalmente, proprio la crisi in Iran ha contribuito al calo: di fronte al rischio di un’inflazione persistente, i mercati hanno iniziato a scontare una pausa più lunga nei tagli dei tassi da parte delle banche centrali, il che ha reso l’oro (che non paga interessi né dividendi) meno attraente rispetto al dollaro o alla liquidità.

Tra le materie prime agricole il quadro è misto: Frumento (+16,84%) e Legname (+14,58%) in rialzo, mentre Cacao (-16,50%) e le due varietà di Caffè (-13,36% e -6,71%) sono scese, riflettendo soprattutto dinamiche di raccolto e domanda specifiche di ciascun mercato, meno legate alla geopolitica generale.

Obbligazioni: i rendimenti dei titoli di Stato a 10 anni

Guardando i rendimenti dei titoli di Stato decennali, tre gruppi emergono con chiarezza.

Il blocco euro “core” mostra rendimenti compresi tra il 2,7% e il 3,7% circa: Germania 2,94%, Paesi Bassi 3,02%, Francia 3,70%, Italia 3,65%. Sono livelli coerenti con un’inflazione tornata a farsi sentire per via del rincaro energetico, ma senza sconvolgimenti drammatici – lo spread BTp-Bund resta anzi un tema seguito con relativa serenità dagli operatori, che nei sondaggi di inizio anno lo vedevano stabile tra i 50 e i 100 punti base.

I casi da monitorare con attenzione sono agli estremi opposti dello spettro: la Svizzera, allo 0,287%, confermando il proprio ruolo di porto sicuro per eccellenza; e all’estremo opposto la Turchia, al 30,8%, e la Russia, al 16,148%, entrambe alle prese con dinamiche valutarie e inflattive fuori scala, aggravate nel caso russo dall’isolamento internazionale.

Stati Uniti (4,467%) e Regno Unito (4,8123%) restano su livelli più elevati rispetto all’Eurozona, il primo per un’economia ancora resiliente ma con una Federal Reserve prudente sui tagli, il secondo per il combinato di inflazione persistente e finanze pubbliche sotto osservazione.

Il cambio euro/dollaro: un dollaro più forte del previsto

L’EUR/USD ha perso il 2,99% nel semestre, un dato che sorprende chi seguiva le previsioni di inizio anno: a dicembre 2025, diverse grandi banche internazionali si aspettavano un dollaro debole per tutto il 2026. È successo l’esatto contrario, almeno nella prima metà dell’anno: nei momenti di massima tensione internazionale, gli investitori hanno cercato riparo nel biglietto verde, ancora percepito come la valuta rifugio principale a livello globale, mentre la politica monetaria restrittiva della Fed ha continuato a sostenerne il valore relativo.

Criptovalute: dal massimo storico alla fase ribassista

Se un settore ha vissuto un’inversione di rotta clamorosa, è quello delle criptovalute. Dopo aver toccato un massimo storico sopra i 125.000 dollari nell’ottobre 2025, il Bitcoin ha chiuso il semestre in calo del 33,06%, scivolando sotto i 62.000 dollari. Ethereum ha fatto anche peggio, con un -46,93%, seguito da XRP (-43,49%), Solana (-40,15%), Dogecoin (-39,20%) e BNB (-36,78%).

Le cause, secondo diversi osservatori del settore (incluso Changpeng Zhao, fondatore di Binance), sono più d’una e si sommano tra loro: i tassi d’interesse ancora elevati rendono più competitivi gli strumenti tradizionali (liquidità remunerata, titoli di Stato) rispetto ad attività finanziarie senza cedole come le criptovalute; i fondi ETF spot su Bitcoin ed Ethereum hanno registrato la serie più lunga di deflussi netti da quando esistono; una parte consistente dei capitali speculativi si è spostata verso l’intelligenza artificiale e i titoli tecnologici ad alta capitalizzazione, in cerca delle stesse promesse di crescita che un tempo attraevano il mondo delle criptovalute.

Le eccezioni confermano la regola: Tether (USDT) e USDC, le due principali stablecoin, sono rimaste stabili per definizione (ancorate al dollaro), mentre Hyperliquid (+152,30%) e TRON (+11,17%) hanno seguito dinamiche proprie, legate più a fattori specifici di adozione che all’umore generale del comparto.

Cosa portare a casa da questo semestre

Tre riflessioni, utili sia per chi fa consulenza sia per chi gestisce i propri risparmi in autonomia:

  1. La diversificazione ha fatto, di nuovo, il suo lavoro. Chi era concentrato su un solo attivo – solo criptovalute, solo metalli preziosi, solo un singolo mercato azionario – ha vissuto un semestre di forti oscillazioni. Un portafoglio distribuito su più classi di attivo e più aree geografiche ha attutito buona parte degli shock.
  2. Le correlazioni “da manuale” non sempre funzionano. L’oro che scende mentre scoppia una guerra in Medio Oriente è un esempio da tenere a mente: i meccanismi di mercato (posizionamento, aspettative sui tassi, flussi sugli ETF) possono superare, almeno nel breve periodo, le logiche più intuitive sui beni rifugio.
  3. Il tema dell’intelligenza artificiale resta il motore principale dei mercati, ma la sua forza si sta concentrando su un numero sempre più ridotto di titoli e mercati (Corea, Taiwan, alcuni nomi del Nasdaq): una concentrazione che offre opportunità, ma che richiede anche maggiore attenzione al rischio.

Per la seconda metà dell’anno, i temi da monitorare restano gli stessi che hanno guidato il primo semestre: l’evoluzione della situazione in Medio Oriente, le prossime decisioni delle banche centrali su inflazione e tassi, e la sostenibilità – o meno – dei rialzi più concentrati sui titoli legati all’intelligenza artificiale.

Rendiamo la finanza amichevole.

Alessandro

Dati di performance relativi al periodo 1° gennaio – 30 giugno 2026, riportati dall’utente. Le informazioni di contesto contenute in questo articolo sono state raccolte da fonti giornalistiche ed economiche pubblicamente disponibili (tra cui Il Sole 24 Ore, MilanoFinanza, Bloomberg, CNBC, Goldman Sachs Research, Il Post, Sky TG24) e hanno finalità puramente informative e divulgative. Non costituiscono in alcun caso consulenza finanziaria, raccomandazione di investimento o sollecitazione al pubblico risparmio.

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