Il costo del non agire è la scelta più costosa di tutte. Tenetelo a mente mentre leggete quello che segue.
Mentre scrivo e registro questo episodio, Firenze segna 39 gradi. Non è un’anomalia. È la nuova norma.
Nelle regioni del Centro-Nord dell’Italia si stanno registrando temperature superiori a 35 gradi da sei giorni consecutivi e questa situazione potrebbe protrarsi fino a fine mese. Tutta Europa boccheggia, e l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha dichiarato l’ondata di calore in corso un’emergenza sanitaria, dopo che negli ultimi quattro anni il caldo ha causato oltre 200.000 morti nel continente.
Duecentomila morti. In quattro anni. Per il caldo.
Eppure noi continuiamo a parlare di altro.
Oggi parliamo di questo e vi avverto: sarà un episodio più polemico del solito. Perché i numeri che ho trovato meritano rabbia, non solo analisi.
PRIMA DI TUTTO: COSA STA SUCCEDENDO DAVVERO
Il consorzio scientifico europeo ClimaMeter ha analizzato l’ondata di calore di questi giorni con una conclusione netta: la configurazione atmosferica alla base del caldo non è straordinaria. Situazioni simili si sono verificate molte volte nel passato. Ciò che è cambiato è il clima di fondo. Il cambiamento climatico causato dalle attività umane ha aggiunto fino a 4°C alle temperature di questa fase. Differenze particolarmente significative nelle principali città: circa +2,4°C a Parigi, +3,8°C a Milano e fino a +4°C a Saragozza.
In Italia questa è la seconda ondata di calore rilevante nel giro di un mese, a pochi giorni dall’inizio dell’estate. In Piemonte, il valore di temperatura medio regionale supera i precedenti record storici giornalieri dal 19 giugno scorso e le previsioni indicano che potrebbe diventare la più duratura e intensa mai registrata in regione, con temperature medie superiori ai massimi storici per 13 giorni consecutivi, contro i 9 giorni del 2003.
Il 2003. Ricordate quell’estate? Trentamila morti in Europa. Allora sembrava un’eccezione. Oggi è il termine di paragone verso cui stiamo tornando e che stiamo per superare.
DIECI ANNI DI ACCORDI: DOV’ERAVAMO, DOVE SIAMO
Nel 2015, a Parigi, 191 Paesi hanno firmato il più ambizioso accordo climatico della storia. Obiettivo: contenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5°C rispetto ai livelli pre-industriali.
Siamo nel 2026. Come è andata?
Il decennio 2015-2024 è stato il più caldo della storia moderna. Le proiezioni dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale indicano una probabilità dell’86% che almeno un anno del quinquennio 2025-2029 superi quella soglia critica di aumento di 1,5°C, la stessa soglia che l’Accordo di Parigi si proponeva di non superare mai.
Stiamo fallendo l’obiettivo di Parigi nel decennio in cui avremmo dovuto rispettarlo.
Secondo il rapporto State of Climate Action 2025 del World Resources Institute (Istituto per le Risorse Mondiali), in ogni settore l’azione climatica non è riuscita — anche quando avviata nella giusta direzione, a soddisfare l’impegno e la velocità necessari per rispettare quel limite di +1,5°C. I progressi più insoddisfacenti si sono osservati negli sforzi per prevenire la perdita delle foreste e per abbandonare la produzione di elettricità dal carbone.
E la COP30 (Conferenza delle Parti), la grande conferenza climatica di novembre 2025 a Belém, l’evento che avrebbe dovuto essere la svolta a dieci anni esatti da Parigi?
Si è conclusa con l’adozione di un accordo minimo. La somma dei contributi presentati a Belém non consente di tornare su un percorso sufficiente per limitare il riscaldamento globale a 1,5°C. Quasi 80 Stati non hanno ancora presentato i loro impegni climatici.
Ottanta Paesi che non hanno nemmeno consegnato i compiti a casa.
IL COSTO CHE NON VEDIAMO, MA CHE PAGHIAMO
Passiamo ai soldi. Perché qui il tema diventa anche finanziario.
Gli eventi meteorologici estremi del 2025 sono già costati 43 miliardi di euro all’Europa, secondo uno studio pubblicato su European Economic Review e realizzato con esperti della Banca Centrale Europea.
Ma la proiezione che mi ha colpito di più riguarda l’Italia. Siete pronti?
Per l’Italia le perdite stimate ammontano a 11,9 miliardi di euro nel 2025, e saliranno a 34,2 miliardi entro il 2029, equivalenti a oltre mezzo punto di PIL già nel 2025 e quasi al doppio entro cinque anni. Si tratta di un impatto superiore a quello francese nello stesso arco di tempo, secondo solo alla Spagna. A incidere non è soltanto la posizione geografica, ma anche la struttura dell’economia italiana: agricoltura, turismo estivo e infrastrutture sono tra i settori più vulnerabili.
E guardando più avanti?
Secondo uno studio di Deloitte, in collaborazione con il Politecnico di Milano, l’Università Ca’ Foscari e l’Istituto Universitario Europeo, il cambiamento climatico potrebbe costare all’Italia fino al 6% del PIL entro il 2050. Perdite economiche già oggi rilevanti, destinate ad amplificarsi in futuro.
Sei punti di PIL. Per dare un riferimento: l’intera manovra finanziaria italiana vale circa 2-3 punti di PIL. Stiamo lasciando un disastro economico silenzioso accumularsi anno dopo anno, senza che compaia in nessuna legge di bilancio.
COSA NON STIAMO FACENDO E PERCHÉ
C’è una domanda che mi pongo ogni volta che leggo questi numeri: perché non cambiamo?
La risposta è scomoda. I costi del cambiamento sono certi e immediati, tasse sui carburanti, stop ai sussidi ai combustibili fossili, riconversione industriale. I benefici del non-cambiamento sono altrettanto certi e immediati per chi li riceve, le industrie fossili, i Paesi produttori, chi sta al potere oggi e non sarà qui tra trent’anni.
Il caso più clamoroso? Alla COP30 di Belém gli Stati Uniti di Donald Trump non erano rappresentati e si sono ritirati per la seconda volta dall’Accordo di Parigi. Il primo Paese al mondo per emissioni pro capite ha abbandonato il tavolo, mentre i suoi funzionari intimidivano i delegati dei Paesi in via di sviluppo con minacce di revoca di visti e sanzioni economiche durante i negoziati marittimi sul carbonio.
Questo è il contesto geopolitico in cui dobbiamo collocare la transizione energetica.
Ma non facciamo troppo gli innocenti dall’Europa: nel 2025 gli investimenti globali in energia pulita hanno raggiunto 2.154 miliardi di dollari, contro 1.148 miliardi in combustibili fossili, un rapporto di quasi 2 a 1 che testimonia una riallocazione strutturale del capitale nel settore energetico. Eppure le emissioni globali continuano a crescere. Perché investire in fonti rinnovabili non basta se contemporaneamente non si smette di estrarre combustibili fossili.
DOVE GUARDA L’INVESTITORE ACCORTO
Detto questo, quale ruolo ha chi investe?
Una ricerca del Politecnico di Milano in collaborazione con Banor ha analizzato oltre 8.000 bilanci di società dello Stoxx Europe 600 tra il 2011 e il 2025. Il segnale più forte arriva dalla transizione climatica: le società meglio posizionate per cogliere le opportunità della rivoluzione energetica, produttori di energie rinnovabili, tecnologie a basse emissioni di carbonio, pompe di calore, hanno registrato rendimenti superiori rispetto alle controparti in ritardo, senza assumere livelli di rischio più elevati. I titoli positivamente esposti a questo grande cambiamento strutturale hanno più che triplicato il loro valore nell’arco del periodo.
Dove conviene guardare? Tre aree meritano attenzione particolare.
La prima è quella delle energie rinnovabili, solare, eolico, idrogeno verde. La transizione energetica è un mercato che cresce per necessità, non per moda, e chi vi è già presente con posizioni consolidate parte avvantaggiato.
La seconda è la gestione idrica. La siccità è già una crisi economica concreta per l’agricoltura italiana. Chi gestisce e ottimizza le risorse idriche opera in un settore destinato a diventare sempre più strategico e remunerativo.
La terza riguarda l’efficienza energetica e la riqualificazione degli edifici. Il patrimonio edilizio europeo è vecchio e inefficiente. La direttiva europea sulle abitazioni a basso consumo energetico crea un mercato enorme, ancora in larga parte da costruire.
Un avvertimento è però necessario: nell’ultimo biennio 2024-2025 si osserva un parziale rallentamento dei portafogli orientati alla sostenibilità climatica, coerente con l’eccesso di capacità nei mercati delle energie rinnovabili e dei veicoli elettrici, e con la ripresa dei titoli fossili legata alle tensioni geopolitiche. Il mercato ragiona sul breve periodo; il pianeta sul lungo. È una contraddizione che l’investitore consapevole deve saper gestire.
IL PUNTO DI NON RITORNO
Chiudo con un dato che mi ha tenuto sveglio.
Davide Faranda del CNRS (Centro Nazionale per la Ricerca Scientifica francese), tra i coordinatori dello studio ClimaMeter, ha dichiarato qualcosa di preciso: “Straordinario non è lo schema meteorologico alla base di questa ondata di calore. Straordinario è il fatto che il cambiamento climatico abbia aggiunto fino a 4°C alle temperature. Stiamo avvicinandoci ai limiti di adattamento di molte società ed ecosistemi.”
Limiti di adattamento. Non è un concetto astratto. Significa che esiste una soglia oltre la quale un territorio non può più ospitare la vita economica e civile che conosciamo. Quelle soglie si avvicinano e noi continuiamo a discutere di altro.
Il punto non è che non abbiamo le soluzioni. Le abbiamo. Il punto è che non abbiamo ancora pagato abbastanza per capire che non agire è la scelta più costosa di tutte.
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Non stiamo ereditando la terra dai nostri antenati: la stiamo prendendo in prestito dai nostri figli.
Antoine de Saint-Exupéry
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