Quando la storia fa rima con gli investimenti: 100 anni di lezioni dai mercati

Oggi intraprendiamo un viaggio un po’ particolare. Un’immersione profonda, ma raccontata in modo semplice. Guardiamo indietro a oltre un secolo di storia dei mercati finanziari.

Cosa ci raccontano davvero? L’obiettivo non è solo analizzare i numeri, ma capire quali lezioni possiamo trarre da questi dati per gli investimenti di oggi. E cercheremo di farlo con un linguaggio accessibile, senza tecnicismi inutili.

Quante volte abbiamo sentito la frase: “I rendimenti passati non garantiscono quelli futuri”? È assolutamente vero. La storia non si ripete mai in modo identico. Ma, come diceva Mark Twain, “la storia non si ripete ma spesso fa rima”. Ecco, proviamo a capire cosa significa per chi investe nel presente.

Rendimenti di lungo periodo: i numeri parlano

Partiamo dai dati. Dal 1928 al 2024, in dollari, l’indice S&P 500, il benchmark delle azioni americane, ha offerto un rendimento medio annuo vicino al 10%.

Ancora meglio hanno fatto le società a bassa capitalizzazione, le cosiddette Small Cap, con rendimenti medi intorno al 12% annuo.

In confronto, le obbligazioni si sono attestate su una media del 4,5%, la liquidità attorno al 3,3%, e perfino l’oro, spesso considerato rifugio, ha superato di poco il 5%.

Numeri alti, certo, ma attenzione: si tratta di medie su quasi un secolo.

Il percorso per raggiungere quel 10% medio non è stato affatto lineare. Tutt’altro: costellato di salite e discese anche violente, e non è un caso: storicamente, a maggior rendimento è corrisposta maggiore volatilità. Guardare solo il dato finale, quindi, può essere fuorviante.

Le decadi negative e la resilienza dei mercati

Un’analisi interessante emerge osservando i rendimenti dell’S&P 500 per decadi.

In quasi 100 anni, si sono registrati solo due decenni con rendimenti medi annualizzati negativi:

  • Gli anni ’30, segnati dalla Grande Depressione.
  • Il periodo 2000-2010, il cosiddetto “decennio perduto”, compreso tra la bolla internet e la crisi finanziaria del 2008.

Due batoste pesanti ma, nonostante queste crisi, la media complessiva è rimasta stabile intorno al 10% annuo. Questo dice molto sulla resilienza del mercato azionario nel lunghissimo periodo.

Attenzione, però: anche nei decenni positivi ci sono stati singoli anni difficili.

Il punto non è tanto evitare le perdite (cosa praticamente impossibile), ma capire quanto tempo storicamente è servito per recuperare e tornare a crescere.

Per capire meglio l’effetto del tempo, introduciamo un concetto solo apparentemente tecnico: i rendimenti annualizzati rolling.

In parole semplici, invece di guardare solo il rendimento da un punto A a un punto B distante anni, immaginiamo di analizzare periodi più brevi – ad esempio 2, 5, 10 o 15 anni – calcolando per ciascuna finestra il rendimento medio annuo.

E poi facciamo “scorrere” questa finestra lungo tutta la storia, un anno alla volta.

Cosa ne emerge?

  • Finestre brevi (2 anni): risultati molto variabili. Si poteva guadagnare molto o perdere parecchio, soprattutto se si entrava poco prima di una crisi (es. 2000 o 2007).
  • Finestre a 5 anni: i periodi negativi esistono ancora, ma diventano meno frequenti e meno profondi.
  • Finestre a 10 anni: i rendimenti negativi diventano rari. Un’eccezione è chi avesse investito nel 2000: dopo 10 anni si ritrovava quasi a zero. Ma è un’anomalia.
  • Finestre a 15 anni: qui il dato è ancora più netto. Anche nei peggiori scenari, come iniziare a investire poco prima di una crisi, si è comunque ottenuto un rendimento annuo positivo, anche se modesto (intorno al 4%). Nei periodi migliori, si è superato anche il 15% annuo.

Il tempo ha avuto un effetto “calmante” sulla volatilità. Ha smorzato gli eccessi e reso più probabile ottenere rendimenti positivi.

L’orizzonte temporale è uno degli elementi più importanti nella costruzione di un portafoglio.

A fronte di investimenti più volatili, come le azioni, un periodo lungo ha aumentato le probabilità di successo e ha aiutato a digerire le montagne russe dei mercati.

Ovviamente, il futuro non è una fotocopia del passato. I tassi d’interesse, la globalizzazione, la demografia, la tecnologia, le crisi geopolitiche e le pandemie sono tutti fattori che cambiano le regole del gioco.

La storia non può darci certezze, ma può offrirci prospettive.

Costruire una strategia più solida

Guardare 100 anni di mercati non serve a prevedere il futuro, ma a comprendere la natura profonda dei mercati stessi:

  • I cicli esistono, ma sono irregolari.
  • Il breve termine è caotico e imprevedibile.
  • La volatilità fa parte del gioco.

Capire questo ci aiuta a costruire strategie più solide e – forse ancora più importante – a sviluppare una maggiore resilienza emotiva. Sapere che ci sono stati periodi difficili, e che probabilmente ce ne saranno altri, ci permette di affrontarli con maggiore consapevolezza, senza perdere la bussola.

Una domanda per il futuro

La domanda da porsi è: come possiamo usare questa consapevolezza per prepararci meglio al futuro?

Come possiamo trasformare la conoscenza storica in una leva di resilienza strategica ed emotiva, per affrontare con lucidità le turbolenze che inevitabilmente arriveranno?

Il passato non è una previsione. Ma se lo ascoltiamo con attenzione, può ancora insegnarci molto.

 

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Dove inizi sul mercato non è dove devi rimanere

Jim Rohn

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