Aprite un’app di trading oggi. Non una qualsiasi truffaldina, una vera, regolare, autorizzata. Cosa vedete? Livelli da sbloccare. Notifiche push che vi dicono “hai perso un’occasione”. Badge, streak, classifiche tra utenti. Suona familiare? Dovrebbe: è lo stesso linguaggio di una slot machine.
Non è un caso, non è colpa vostra se vi è capitato di pensarlo. È una tendenza che i regolatori hanno già battezzato con un nome preciso: gamblification. Le applicazioni di trading trasformano sempre più l’investimento in qualcosa a metà tra il videogioco e la scommessa, mentre le competenze finanziarie restano scarse. E una psicologa clinica intervistata su questo fenomeno l’ha detto senza troppi giri di parole: chi investe via web spesso lo fa per l’aspetto ludico, per l’intrattenimento.
Oggi la puntata è polemica, ma purtroppo veritiera: perché in Italia investire viene scambiato per scommettere e perché questa confusione, oggi, ha un prezzo altissimo.
LA RADICE CULTURALE
Partiamo da un dato che vi ho già raccontato in altre puntate, ma che qui è la chiave di lettura di tutto: secondo l’ultimo rapporto Consob, solo una minoranza della popolazione italiana possiede una conoscenza adeguata dei concetti di base dell’investimento, diversificazione, rischio, rendimento.
Non è un dettaglio statistico. È il terreno su cui cresce ogni truffa. Chi non sa distinguere un rendimento plausibile da uno impossibile, chi non ha gli strumenti per capire cosa significhi davvero “rischio”, si trova esposto due volte: prima al rischio di gestire male i propri risparmi, poi al rischio, molto più concreto, di cadere in una frode.
E qui arriva il punto che voglio mettere nero su bianco: la confusione tra investire e scommettere non nasce con l’intelligenza artificiale. L’AI non ha creato il problema. Lo ha accelerato, gli ha dato una scala industriale, e gli ha tolto quasi tutti i segnali che prima ci permettevano di riconoscerlo a occhio nudo.
Per capire come funziona questa accelerazione, dobbiamo tornare all’origine di ogni schema truffaldino sui mercati: il Ponzi.
IL PADRE DI TUTTE LE TRUFFE
Ve lo avevamo raccontato in una puntata di qualche anno fa, e vale la pena richiamarlo perché è lo scheletro su cui si costruisce tutto il resto: uno schema Ponzi non genera nessun guadagno reale. Paga i rendimenti promessi ai primi investitori usando i soldi versati dai nuovi investitori che entrano dopo. Funziona finché il flusso di nuovo denaro cresce più in fretta delle richieste di rimborso. Quando il flusso si ferma, perché arrivano meno vittime, o perché qualcuno chiede indietro troppo denaro, il castello crolla in poche ore.
Perché ve lo ricordo oggi? Perché ogni singola truffa che sto per raccontarvi, deepfake, finti broker, relazioni costruite ad arte online, non è altro che un Ponzi travestito con tecnologie nuove. La sostanza non è cambiata in un secolo. È cambiato solo il costume di scena.
IL COSTUME DI SCENA 2026: L’AI ENTRA IN GIOCO
Cominciamo dai numeri, perché fanno male, e serve che facciano male: nei primi otto mesi del 2025 la Polizia Postale ha ricostruito 143 milioni di euro sottratti agli italiani in truffe finanziarie online, e circa l’80% di questa cifra è finito nella sola categoria degli investimenti truffaldini. Per contenere il fenomeno, la Consob ha oscurato 64 siti abusivi solo tra dicembre 2025 e marzo 2026, portando a 1.608 il totale dei portali bloccati dal 2019 e nonostante questo, il fenomeno accelera.
Primo scenario: il deepfake. Un video di trenta secondi, il volto di un personaggio noto, un ministro, un giornalista, il governatore di una banca centrale, che promette rendimenti impossibili su una piattaforma di trading. Alcuni segnali restano riconoscibili: espressioni facciali innaturalmente rigide, labiale leggermente fuori sincrono, audio pulito ma meccanico. Ma il punto più inquietante è un altro: con l’AI generativa, anche questi segnali stanno sparendo. Il criterio più affidabile, oggi, non è più la qualità del video. È il contenuto del messaggio: se promette guadagni rapidi, garantiti, senza rischio, è falso. Punto.
Secondo scenario: il pig butchering, letteralmente “l’ingrasso del maiale”, un nome brutale per una truffa altrettanto brutale. Comincia con un messaggio innocuo, spesso un “numero sbagliato” su WhatsApp o un’app. Nasce una conversazione, poi un rapporto di fiducia costruito con pazienza, per settimane e solo quando la fiducia è solida, arriva il consiglio: “Ho un modo per far fruttare i risparmi, te lo mostro”. Non è improvvisazione, è uno schema Ponzi relazionale, costruito con la stessa logica di sempre ma con un investimento emotivo enorme da parte del truffatore. A febbraio 2026 la Guardia di Finanza di Cuneo ha smantellato, a seguito di un’indagine partita dalla denuncia di una sola vittima, un’organizzazione con ramificazioni in mezza Europa: quasi novecentomila euro riciclati, decine di indagati.
Terzo scenario: i falsi broker e i siti clonati. Piattaforme che copiano il marchio di intermediari veri, autorizzazioni Consob inventate, loghi rubati a testate giornalistiche per dare credibilità. Il problema non è più solo tecnologico, è percettivo: quello che sembra autentico può essere completamente falso.
Un dato su tutti chiude il quadro: nel 2025 la Polizia Postale italiana ha gestito oltre 51.560 casi di reati informatici, di cui 27.085 legati a frodi economico-finanziarie, con un danno complessivo superiore ai 269 milioni di euro e le istituzioni stanno correndo ai ripari anche sul fronte pubblicitario: la Consob ha chiesto a Google e Meta di bloccare le inserzioni illegali, trovando un accordo con Google mentre Meta si è dimostrata meno collaborativa.
IL NODO VERO
Qui arriva la parte che mi sta più a cuore, e che voglio dirvi senza mezzi termini: cadere in queste truffe non è una questione di intelligenza. È una questione di metodo, di velocità decisionale. I truffatori non puntano sulla vostra ingenuità, puntano sulla vostra fretta, sulla pressione a decidere subito, sulla promessa di un rendimento garantito che nessun operatore serio potrebbe mai offrirvi davvero.
Il vero problema non è “sono caduto perché sono stupido”. Il vero problema è: nessuno mi ha mai insegnato a riconoscere questi segnali. E qui torniamo esattamente al punto di partenza di questa puntata.
LA SOLUZIONE STRUTTURALE
Non bastano gli alert della Consob. Non bastano le liste dei siti oscurati, per quanto utili. Il problema è a monte, ed è culturale: finché l’educazione finanziaria resterà un argomento facoltativo, riservato a chi la cerca da adulto per curiosità personale, continueremo a produrre generazioni intere esposte, per costruzione, a chi vuole approfittarsene.
Servirebbe un percorso che parta dalla scuola primaria, non equazioni complesse, ma concetti semplici: cos’è il rischio, perché nessuno può garantire un rendimento, perché la fretta è sempre un segnale d’allarme. Un percorso che prosegua alle superiori, entri nei programmi universitari anche per chi non studia economia, e, questo è il punto che spesso si dimentica, coinvolga anche gli adulti già formati sul mondo di trent’anni fa, che oggi si trovano davanti a strumenti e truffe che allora semplicemente non esistevano.
Non è nostalgia per un’Italia più prudente. È presa d’atto che la tecnologia corre più veloce della nostra capacità collettiva di capirla e l’unico modo per non restare indietro è correre anche noi, partendo dai banchi di scuola.
Investire non è mai stato, e non sarà mai, un gioco. Chi ve lo fa sembrare tale, con un’app gamificata o con un video deepfake, ha un solo obiettivo: prendere le vostre decisioni al posto vostro, mentre voi credete di stare giocando. La miglior difesa che avete non è un antivirus. È la lentezza deliberata, il sospetto strutturato, l’abitudine a verificare prima di agire.
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Se il denaro è la tua speranza di indipendenza, non l’avrai mai. L’unica vera sicurezza che un uomo avrà in questo mondo è una riserva di conoscenza, esperienza e abilità.
Henry Ford
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