Ospiti a casa nostra. L’Italia nel 2026

Nel 2019, in uno dei miei primi articoli, scrissi una frase che all’epoca sembrava provocatoria. Dicevo che stavamo diventando ospiti a casa nostra: un Paese trasformato in un parco a tema, con turisti che spendono più di noi, aziende cedute ai migliori offerenti stranieri e giovani che fanno le valigie alla ricerca di ciò che qui non trovano.

Nel 2023 e nel 2024 siamo tornati su questo tema, con nuovi dati e nuovi campanelli d’allarme. Oggi facciamo il punto finale. Perché i numeri del 2024 e del 2025 non lasciano più spazio all’interpretazione: la profezia si è avverata. La domanda ora è un’altra: siamo già oltre il punto di non ritorno?

ATTO PRIMO — IL DECLINO INDUSTRIALE

Cominciamo dalla fabbrica. Dall’Italia che produce.

La produzione industriale italiana ha chiuso il 2025 con un calo stimato dello 0,2%, segnando il terzo anno consecutivo di contrazione dopo il −2% del 2023 e il pesante −4% del 2024. L’indice destagionalizzato si attesta a 94,5, con base 2021 pari a 100: significa che l’industria italiana è oltre cinque punti sotto i livelli di soli quattro anni fa.

Dal 1995 al 2024, la produttività del lavoro in Italia è cresciuta a un ritmo medio annuo di appena lo 0,3%. E nel 2024, nonostante i miliardi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, la produttività è calata ancora dell’1,9%.

Il paradosso italiano: il numero di occupati cresce, ma il lavoro non genera ricchezza in modo proporzionale. Lavoriamo di più; produciamo di meno. Solo nel settore automobilistico, che trascina l’intera manifattura europea, la produzione italiana si è ridotta dell’8,2% tra la metà del 2022 e la fine del 2024.

ATTO SECONDO — LA SVENDITA AL MIGLIOR OFFERENTE

Se la fabbrica vacilla, il mercato non aspetta. E chi ha la liquidità per comprare, compra.

Le operazioni di fusione e di acquisizione di aziende italiane da parte di investitori stranieri hanno totalizzato 429 transazioni nel 2024, per un valore complessivo di 36,2 miliardi di euro secondo l’indagine annuale di KPMG; aggiungendo le operazioni minori, il valore totale delle acquisizioni estere ha superato i 42 miliardi di euro nel 2024, con un incremento del 27% rispetto all’anno precedente, secondo il rapporto annuale di Ernst & Young sulle fusioni e acquisizioni.

Tra i nomi ceduti negli ultimi due anni: Iveco, il cui comparto dei veicoli commerciali è stato acquisito da Tata Motors per 3,8 miliardi di euro. Non è un caso isolato. La quota di fatturato generata da aziende medio-grandi a controllo straniero è salita dal 29,7% nel 2022 al 34,5% nel 2024.

In dieci anni, tra il 2014 e il 2023, le acquisizioni estere in Italia sono state 2.948, contro le 1.673 acquisizioni italiane all’estero, pur spendendo la metà. Gli stranieri acquistano il doppio delle nostre aziende rispetto a quante noi compriamo all’estero, eppure spendono meno per farlo. Prezzi da liquidazione.

ATTO TERZO — L’EMORRAGIA SILENZIOSA

Il terzo capitolo è il più doloroso. Perché riguarda le persone.

Nel 2024, gli espatri di cittadini italiani hanno raggiunto quota 156.000, con un incremento del 36,5% rispetto all’anno precedente. È il valore più elevato registrato dall’inizio del XXI secolo. Il 70% di questi ha tra i 18 e i 39 anni.

Ma il dato che brucia di più è quello sui laureati. Tra il 2013 e il 2022, oltre 350.000 giovani italiani tra i 25 e i 34 anni hanno lasciato il Paese; di questi, più di 132.000 erano laureati. Il saldo netto per i giovani ad alta formazione è stato negativo per 87.000 unità.

Il Rapporto CNEL 2025 stima che il valore del capitale umano espatriato dal 2011 al 2024 ammonti a circa 159 miliardi di euro. Denaro pubblico investito per formare medici, ingegneri, ricercatori che poi vanno a produrre ricchezza in Germania, Spagna e nel Regno Unito.

Oggi gli italiani residenti all’estero sono oltre 6,4 milioni: un italiano su dieci vive fuori dai confini nazionali. Più italiani all’estero che stranieri in Italia.

ATTO QUARTO — OSPITI A CASA NOSTRA

E mentre i giovani se ne vanno, chi arriva?

Nel 2024, l’Italia ha superato i 450 milioni di presenze turistiche, con una forte concentrazione in pochi grandi centri urbani. Le province classificate in “sovraffollamento molto alto” sono salite a dieci nel 2025, includendo Rimini, Venezia, Bolzano, Milano, Roma e Trieste. Bolzano registra quasi 69 visitatori per abitante; Venezia quasi 47.

A Venezia, la popolazione del centro storico è scesa da circa 175.000 abitanti negli anni Cinquanta del Novecento a meno di 50.000 oggi. Nel 2024, per la prima volta, i posti letto per i visitatori, circa 50.000, hanno superato quelli residenziali.

Firenze, che conosco bene: classificata ad alto rischio di sovraffollamento turistico, con centri storici in cui scompaiono i negozi di alimentari e proliferano i venditori di souvenir e i ristoranti per turisti. La profezia del 2019 si è avverata. Stiamo diventando un grande museo a cielo aperto, dove il turista può permettersi tutto ciò che il residente non può più.

Le città d’arte italiane stanno vivendo una trasformazione silenziosa e irreversibile: non sono più luoghi abitati che accolgono i turisti, ma attrazioni turistiche che tollerano qualche residente. La differenza non è solo semantica. È una questione di potere d’acquisto, di diritto alla città, di identità collettiva.

EPILOGO — OLTRE IL PUNTO DI NON RITORNO?

Siamo già oltre il punto di non ritorno?

La risposta onesta è: dipende da cosa stiamo aspettando.

Sul piano demografico, con un tasso di fecondità fermo a 1,18 figli per donna e appena 370.000 nati nel 2024, nuovo minimo storico, la direzione appare difficilmente reversibile nel breve periodo. Sul piano industriale, tre anni consecutivi di contrazione segnalano qualcosa di strutturale, non ciclico.

Ma i punti di non ritorno non sono mai istantanei. Avanzano lentamente, come confini che slittano di notte. E quando ce ne accorgiamo, spesso è già tardi.

La buona notizia, se vogliamo chiamarla così, è che almeno sappiamo dove siamo e sapere è il primo passo per decidere. Perché la domanda finale non è se l’Italia possa cambiare rotta. È se abbia ancora la volontà politica e collettiva per farlo.

Forse la risposta più onesta la diede, un secolo fa, Antonio Gramsci. Valeva allora. Vale oggi, forse ancora di più.

 

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Antonio Gramsci

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