Immagina due investitori.
Il primo entra nel mercato obbligazionario nel 2020. In quel momento i tassi di interesse sono prossimi allo zero, i rendimenti molto contenuti, eppure le obbligazioni vengono percepite come un rifugio affidabile. Così compra, convinto che “poco ma sicuro” sia comunque una scelta prudente e razionale.
Il secondo investitore entra invece tra il 2023 e il 2024, quando lo scenario è radicalmente mutato: i tassi sono saliti in misura significativa, i rendimenti sono tornati su livelli interessanti, e il mercato obbligazionario sembra offrire nuovamente ciò che per anni era mancato e qui accade qualcosa di poco intuitivo.
Il primo investitore, nel momento in cui i tassi iniziano a salire, vede il valore delle sue obbligazioni diminuire. Non perché l’emittente sia in difficoltà, non perché il titolo sia diventato meno sicuro. Semplicemente perché il mercato ridetermina continuamente il prezzo di quei titoli in funzione delle condizioni correnti.
Il secondo, invece, entra in un contesto più favorevole sul fronte dei rendimenti nominali, ma si espone a un’altra variabile: cosa succede se i tassi restano elevati a lungo, o addirittura tornano a salire ulteriormente?
Qui che prende forma il primo messaggio chiave: nelle obbligazioni non conta soltanto il rendimento. Conta soprattutto il contesto in cui ci si posiziona all’interno del ciclo dei tassi.
La relazione fondamentale: tassi e prezzi
Per comprendere questo meccanismo, è necessario partire da una relazione di base: tassi di interesse e prezzi delle obbligazioni si muovono in direzioni opposte.
Quando la banca centrale alza i tassi, le nuove emissioni obbligazionarie diventano più remunerative. Di conseguenza, i titoli già in circolazione, che pagano cedole più basse, perdono valore sul mercato secondario, perché gli investitori li trovano meno competitivi rispetto alle nuove emissioni.
Al contrario, quando i tassi scendono, i vecchi titoli con cedole più elevate diventano più appetibili, e quindi il loro prezzo sale.
Questo è il primo pilastro da comprendere: il prezzo di un’obbligazione non è fisso, non è statico. È una variabile in continuo adeguamento rispetto alle condizioni di mercato. Chi non comprende questo meccanismo rischia di essere sorpreso da movimenti che, in realtà, seguono una logica precisa e prevedibile.
La durata finanziaria: il fattore spesso dimenticato
All’interno di questo meccanismo opera un concetto fondamentale, spesso sottovalutato dagli investitori meno esperti: la durata finanziaria, comunemente indicata con il termine tecnico duration.
La durata finanziaria non è semplicemente la scadenza del titolo. È qualcosa di più articolato: misura quanto un’obbligazione è sensibile alle variazioni dei tassi di interesse. In termini pratici:
- una durata finanziaria bassa implica che il prezzo del titolo oscilla poco al variare dei tassi;
- una durata finanziaria elevata significa che anche piccoli movimenti dei tassi possono generare variazioni significative del prezzo.
Per rendere il concetto più concreto, si può ricorrere a un’immagine: immagina due automobili che percorrono la stessa strada. La prima ha uno sterzo stabile, reagisce gradualmente alle curve, è prevedibile. La seconda ha uno sterzo estremamente reattivo: risponde a ogni minima variazione del volante, è più difficile da controllare, soprattutto in caso di una curva improvvisa.
Le obbligazioni a lunga durata finanziaria assomigliano alla seconda automobile: offrono un potenziale di rendimento più elevato, ma anche una maggiore instabilità in caso di variazioni dei tassi. Non sono necessariamente peggiori, ma richiedono una gestione più consapevole.
Rendimento nominale e rendimento reale: una distinzione essenziale
C’è poi un secondo elemento frequentemente trascurato: la differenza tra rendimento nominale e rendimento reale.
Molti investitori si fermano al numero: 3%, 4%, 5%. Ma quel numero, da solo, dice poco o nulla sulla convenienza effettiva dell’investimento.
Entrano in gioco tre variabili decisive:
- L’inflazione, che erode il potere d’acquisto nel tempo. Un rendimento del 4% con un’inflazione al 3% non produce un guadagno reale del 4%: in termini di capacità di spesa, il vantaggio effettivo si riduce a circa un punto percentuale lordo.
- La fiscalità, che si applica sulle cedole e sulle eventuali plusvalenze realizzate. L’aliquota varia a seconda della tipologia di titolo: i titoli di Stato italiani ed europei sono tassati al 12,5%, mentre le obbligazioni corporate scontano un’aliquota del 26%.
- I costi di gestione, presenti quando si investe attraverso fondi o altri strumenti collettivi, che possono incidere in misura non trascurabile sul rendimento netto.
Fare il conto del rendimento reale, al netto di inflazione, fiscalità e costi, è l’unico modo per valutare correttamente la convenienza di un investimento obbligazionario.
Perché oggi si torna a parlare di obbligazioni?
Dopo un lungo periodo di tassi prossimi allo zero, durante il quale le obbligazioni offrivano rendimenti nominali irrisori, il mercato ha ritrovato livelli di remunerazione significativi. Questo ha riportato il comparto obbligazionario al centro della costruzione di portafoglio, in particolare nella componente difensiva e bilanciata.
Ma attenzione: questo non significa assenza di rischi. Significa semplicemente un contesto diverso, che richiede analisi altrettanto attenta.
Gli errori più frequenti
Giungiamo così agli errori più comuni che gli investitori commettono in questo segmento.
Il primo errore è considerare le obbligazioni come strumenti privi di rischio. In realtà, il rischio non si esaurisce nella possibilità di insolvenza dell’emittente. Esistono un rischio di tasso, legato alle variazioni dei tassi di interesse, un rischio di inflazione e un rischio di liquidità, ovvero la difficoltà di vendere il titolo prima della scadenza senza subire un prezzo penalizzante.
Il secondo errore è entrare nel mercato nel momento sbagliato del ciclo, spesso spinti dall’emotività: si acquista dopo che i rendimenti sono già scesi, oppure si vende in preda al panico dopo una fase di ribasso dei prezzi, cristallizzando una perdita che sarebbe potuta essere temporanea.
Il terzo errore è ignorare la durata finanziaria, ovvero non considerare la sensibilità reale del proprio portafoglio alle variazioni dei tassi, esponendosi a oscillazioni di prezzo che si sarebbero potute anticipare e gestire.
Le obbligazioni non sono né buone né cattive in assoluto. Sono strumenti ciclici, che cambiano comportamento a seconda del contesto dei tassi, dell’inflazione e della fase del mercato.
La domanda corretta non è se le obbligazioni siano tornate interessanti.
Il nodo centrale è capire in quale fase del ciclo dei tassi ci si sta posizionando e con quale orizzonte temporale, quale profilo di rischio e quale obiettivo di rendimento reale.
Perché in finanza, molto spesso, non è lo strumento a fare la differenza, ma il momento in cui lo si utilizza. In questa fase una maggior attenzione perché si dovrà analizzare attentamente l’andamento dell’inflazione e conseguentemente il possibile rialzo dei tassi d’interesse e le politiche delle Banche Centrali.
La collana dei libri sono acquistabili su Amazon, il cui ricavato viene devoluto totalmente in beneficenza,
https://www.amazon.it/kindle-dbs/entity/author/B08FF1ZFV9
Ci sono 350 varietà di squali, senza contare gli addetti ai prestiti e ai fondi comuni.
Louis Malcolm Boyd
I grafici e le quotazioni che troverete in questi articoli sono di Investing.
Potete sottoscrivere l’abbonamento a InvestingPro utilizzando il coupon di sconto, cliccando qui o sul seguente logo.
Grazie alla mia collaborazione potrai ottenere fino al 70% di sconto.
Questo il link per ottenerlo: https://www.investing-referral.com/finamichevole/
Importante (utenti da app): se stai guardando da telefono o tablet, tieni premuto sul link e seleziona “Apri in un’altra finestra/scheda” per applicare correttamente lo sconto/codice.
In alternativa, copia e incolla il link nel browser (Safari/Chrome) e inserisci il codice al checkout.




