Educazione finanziaria in Italia: ancora tante chiacchiere e pochi fatti

In Italia si discute da anni di educazione finanziaria. Ogni ottobre, puntuale, arriva il Mese dell’Educazione Finanziaria: si organizzano convegni, tavole rotonde, si distribuiscono opuscoli, nascono iniziative pubbliche e private, si moltiplicano i contenuti divulgativi. Ma, andando oltre la superficie, cosa è realmente cambiato?

Semplicemente, poco. L’Italia resta tra i Paesi europei con il più basso livello di alfabetizzazione finanziaria. E non si tratta solo di una questione tecnica: il problema è culturale, strutturale e sociale.

La finanza, nel nostro Paese, è ancora percepita come una materia per “addetti ai lavori”, un linguaggio per pochi eletti. Così, milioni di persone prendono decisioni economiche importanti — mutui, risparmi, pensioni — senza strumenti adeguati, senza una vera consapevolezza e spesso senza nemmeno sapere cosa stanno decidendo.

Secondo il Global Financial Literacy Survey condotto da Standard & Poor’s, aggiornato al 2024, solo il 37% degli italiani possiede le competenze finanziarie di base: comprensione dell’inflazione, del tasso d’interesse composto e della diversificazione del rischio.

Siamo 25esimi su 30 Paesi europei, in linea con economie meno sviluppate della nostra.

Anche la Banca d’Italia conferma il quadro allarmante. In un’indagine condotta su un campione rappresentativo di adulti, la maggior parte degli intervistati non ha saputo rispondere correttamente nemmeno a tre domande su concetti economici fondamentali.

Le percentuali, suddivise per età, parlano da sole:

  • Under 25: solo il 28% risponde correttamente.
  • 25-45 anni: il 35%.
  • Over 55: il 42%.

Un segnale molto preoccupante. Proprio le generazioni che iniziano a lavorare, a investire, ad accendere mutui o ad avviare attività sono le meno consapevoli. Il rischio? Commettere errori che si pagano per decenni.

C’è poi un altro nodo cruciale: le disuguaglianze territoriali.

L’educazione finanziaria in Italia è distribuita in modo profondamente disomogeneo. Le regioni del Nord – Trentino-Alto Adige, Lombardia, Emilia-Romagna – mostrano livelli di alfabetizzazione più vicini alla media europea, grazie a una maggiore presenza di reti bancarie strutturate, consulenti attivi e accesso più diffuso ai servizi digitali.

Nel Sud, invece, il quadro cambia radicalmente: in Calabria, Sicilia e Campania meno di una persona su tre ha le competenze minime per gestire il proprio denaro.

Non è solo una questione scolastica. È un contesto culturale ed economico che spesso disincentiva l’iniziativa personale e rafforza la dipendenza da forme assistenziali — familiari, statali o locali. In molti territori, il concetto stesso di pianificazione finanziaria è pressoché inesistente.

L’idea che “gli italiani siano un popolo di risparmiatori” è un mantra ricorrente.

È vero: storicamente abbiamo mostrato una forte propensione al risparmio. Ma risparmiare non significa automaticamente essere finanziariamente competenti.

Nel 2024, secondo Prometeia, circa il 48% della liquidità degli italiani è ancora parcheggiata su conti correnti, a rendimento quasi nullo, mentre l’inflazione è al 3,2%. Il risultato? Ogni giorno si perde potere d’acquisto senza nemmeno accorgersene.

Il denaro fermo non cresce. Ma l’investimento è visto ancora con timore, come qualcosa di rischioso, instabile, potenzialmente pericoloso. Non abbiamo una vera cultura dell’investimento. Abbiamo, piuttosto, una cultura del “meglio non rischiare”.

Ma in un mondo dove il lavoro è meno stabile, le pensioni pubbliche saranno più basse e la vita si allunga, non fare nulla è la scelta più rischiosa di tutte.

Un tema critico per lo Stivale è quello previdenziale.

Il sistema pensionistico italiano si basa su un meccanismo a ripartizione: i contributi dei lavoratori attivi finanziano le pensioni degli attuali pensionati. Ma l’equilibrio sta saltando.

Nel 2025 il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati è sceso a 1,4 a 1, con proiezioni che indicano un rapporto di 1 a 1 entro vent’anni.

Il tasso di sostituzione (la percentuale della retribuzione che sarà garantita dalla pensione pubblica) calerà sotto il 55%, contro il 70-80% delle generazioni precedenti.

Allora le domande sono inevitabili: quale piano abbiamo per affrontare la vecchiaia? Su cosa contiamo per garantirci un reddito quando smetteremo di lavorare?

Molti italiani rispondono ancora: “Ci penserà qualcuno. Lo Stato, l’INPS. i figli.” Ma questo modello non è più sostenibile.

Senza una pianificazione previdenziale personale, il rischio di ritrovarsi con una pensione insufficiente — e nessuna alternativa — è reale.

Il cambiamento deve partire su due fronti: istituzionale e culturale.

L’educazione finanziaria non può restare una teoria astratta, un’iniziativa da calendario. Deve diventare una competenza di base, da coltivare sin da giovani e aggiornare nel tempo.

Occorrono:

  • Corsi obbligatori nelle scuole, fin dalle medie, come materia curricolare.
  • Iniziative pubbliche territoriali, con sportelli di consulenza, percorsi formativi per adulti e eventi divulgativi accessibili a tutti.
  • Una comunicazione più semplice e coinvolgente. Basta con i tecnicismi: chi si occupa di finanza deve imparare a parlarne in modo comprensibile, pratico, utile.
  • Più consulenza professionale, meno improvvisazione. Oggi, meno del 40% degli italiani si è mai rivolto a un consulente finanziario. La maggioranza gestisce i propri soldi da sola — spesso male.

Delegare non basta più. Serve sì una visione politica, ma serve soprattutto una presa di coscienza individuale.

Capire come funziona un mutuo, leggere un contratto assicurativo, pianificare una pensione integrativa non è un lusso. È una necessità.

Chi non lo fa, danneggia sé stesso, la propria famiglia, il proprio futuro.

L’educazione finanziaria è libertà di scelta e consapevolezza, resilienza di fronte all’incertezza.

E finché continueremo a parlarne solo a parole, senza agire, resteremo imprigionati in un eterno presente fatto di occasioni mancate.

Non servono altre campagne pubblicitarie.

Servono azioni concrete, esempi reali, coraggio.

Perché la vera rivoluzione finanziaria non la faranno né le banche né le leggi.

La faranno le persone. Una alla volta, cominciando da oggi.

 

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L’investimento che paga l’interesse migliore è quello in conoscenza.

Benjamin Franklin

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