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Debito pubblico, Italia e Giappone. Quali sono le differenze e le similitudini?

Storicamente, quando si parla di debiti pubblici, la riflessione spesso si dirige oltre le frontiere europee. Una delle nazioni che salta immediatamente all’occhio in questo contesto è il Giappone. Famoso per il suo debito pubblico stratosferico, che ammonta a circa il 260% del suo PIL, il paese del Sol Levante è il più indebitato fra i membri del G7 in termini di indebitamento, presentando sfide simili riguardo all’inflazione.

Nonostante la pesante zavorra del debito, il paese non ha sperimentato gli stessi problemi di crescita economica di nazioni europee come Italia e Grecia. Né si è avvicinato a correre il rischio di un default, come invece è stato quest’anno negli Stati Uniti e in altre occasioni passate.

L’economia giapponese continua a crescere, anche se lentamente, con investimenti significativi in infrastrutture e un tasso di disoccupazione che rimane sorprendentemente basso, intorno al 2,7%.

Queste anomalie economiche hanno portato molti critici delle rigide regole fiscali europee, in particolare quelle riguardanti la spesa pubblica stabilite dai trattati dell’Unione Europea, a citare il Giappone come prova vivente che l’alto indebitamento può coesistere con una crescita economica sana.

Si pone quindi una domanda cruciale: Tokyo rappresenta un’eccezione o potrebbe offrire un modello replicabile nel nostro continente e persino riformare le regole di spesa europee?

Il rilancio dell’economia giapponese ha avuto inizio nel 2013 con l’introduzione delle Abenomics, un set di politiche promosse dall’allora primo ministro Shinzo Abe. Queste misure hanno sostenuto l’export, promosso tagli fiscali e stimolato una liberalizzazione del mercato domestico, alimentato da miliardi di yen. Tutto questo ha avuto un prezzo: un crescente debito pubblico.

Una peculiarità giapponese risiede nel suo sistema bancario centrale. La Bank of Japan, infatti, ha la capacità di fungere da acquirente finale dei bond statali, creando effettivamente nuova moneta e finanziando direttamente la spesa pubblica. Così facendo il Giappone, in pratica, si indebita con se stesso.

Un altro punto di forza del modello giapponese è la natura dei detentori del debito. La maggior parte dei bond sono detenuti da cittadini giapponesi e da investitori nazionali. Questo riduce l’esposizione del paese alle oscillazioni dei mercati internazionali e alle speculazioni, rafforzando la fiducia dei creditori.

La situazione in Italia è differente. Benché anche Roma abbia un debito pubblico incredibilmente alto, circa il 144% del nostro PIL, il secondo più alto del G7 dopo il Giappone e il secondo più alto nell’Unione Europea dopo la Grecia, per quanto riguarda il suo rapporto con il PIL. Anche se l’Italia ha negli ultimi mesi cercato di incoraggiare i suoi cittadini a sostenere il debito nazionale, ad esempio con l’emissione delle obbligazioni “BTP tricolori” a inizio anno, il contesto economico è complicato. L’Italia ha una disoccupazione più alta e affronta sfide finanziarie diverse rispetto al Giappone.

Un recente ed ulteriore ostacolo per l’Italia è rappresentato dall’aumento dello spread tra i BTP italiani e i Bund tedeschi, che la scorsa settimana è tornato a quasi 200 punti rendendo il debito italiano meno attraente per gli investitori.

Questa situazione è ulteriormente aggravata dall’inflazione e dai crescenti tassi d’interesse in quasi tutto l’Occidente, con tassi alti che di base creano maggiori problemi a Stati con un debito pubblico maggiore. Soprattutto quando quest’ultimo non è del tutto “in casa” come nel caso degli Stati Europei.

Mentre il debito giapponese offre lezioni interessanti e potenziali soluzioni, ogni paese e Organizzazione Internazionale ha la sua unicità e le sue regole da rispettare.

Prima di adottare strategie simili, bisogna affrontare e risolvere le sfide economiche attuali. Solo allora potremo potenzialmente guardare al Giappone come a un modello da cui trarre spunto.

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