Qualche giorno fa ho terminato un percorso di educazione finanziaria in una classe di seconda elementare. Sette anni. Grembiuli, matite colorate, zaini grandi quanto loro.
Ho parlato con quei bambini di denaro. Di cosa è, a cosa serve, come funziona. Mi aspettavo distrazione, sguardi persi, qualche sbadiglio. Invece mi sono ritrovato davanti a occhi spalancati, mani alzate e domande che non mi aspettavo.
A sette anni. Domande che molti adulti non si pongono nemmeno.
Parliamo di qualcosa che mi sta molto a cuore e che quelle mattine in classe mi ha confermato con una chiarezza disarmante. Parliamo di educazione finanziaria: perché conta, perché in Italia manca, e cosa succederebbe se iniziassimo a farla sul serio, fin da piccoli.
La fotografia europea
Ogni tre anni, l’OCSE misura le competenze finanziarie dei quindicenni di tutto il mondo. Si chiama indagine PISA Financial Literacy, stessa impostazione metodologica del test su matematica e lettura, ma applicata alla comprensione del denaro, del risparmio, del credito.
Nel ciclo 2022, l’Italia ha ottenuto 484 punti contro una media OCSE di 498. In testa alla classifica ci sono Estonia, Finlandia, Canada. La Germania e i Paesi Bassi fanno sistematicamente meglio di noi. (Fonte: INVALSI / Banca d’Italia, rapporto nazionale OCSE PISA 2022)
Ma il dato che mi colpisce di più non è il punteggio. È la stabilità del punteggio. Dal 2012 al 2022, tre rilevazioni, dieci anni, l’Italia non è migliorata quasi per niente. Siamo fermi. Mentre altri paesi correggono, investono, riformano i programmi scolastici, noi restiamo al palo.
Non è solo una questione di ragazzi. Un’indagine del centro studi Bruegel pubblicata nel 2024, firmata tra gli altri dalla professoressa Annamaria Lusardi, una delle massime esperte mondiali di alfabetizzazione finanziaria, ha misurato la competenza finanziaria degli adulti europei. Il risultato: solo uno su due, in media nell’Unione Europea, è in grado di rispondere correttamente ad almeno tre domande base su inflazione, tassi di interesse e diversificazione del rischio. (Fonte: Bruegel Policy Brief 04/2024, Demertzis, Lusardi et al.)
Uno su due. Metà degli adulti europei non capisce i meccanismi fondamentali che governano i loro soldi.
La correlazione che fa riflettere
Ora facciamo un passo in più. Prendiamo quei dati sull’alfabetizzazione finanziaria e affianchiamoli ad altri due numeri: il rapporto debito/PIL e la crescita economica dei principali paesi europei.
Il quadro che emerge non è casuale.
La Germania ha un’alta alfabetizzazione finanziaria, un debito intorno al 65% del PIL e una crescita media che negli anni pre-crisi si attestava intorno all’1,5%. I Paesi Bassi: stesso schema, competenze alte, debito sotto controllo, crescita solida. L’Estonia, prima in Europa nei test PISA finanziari, ha un debito pubblico inferiore al 20% del PIL. Venti per cento.
L’Italia: 484 punti PISA, debito al 137% del PIL, crescita prevista dall’OCSE allo 0,4% nel 2026. (Fonte: OCSE Economic Outlook, aprile 2026)
Non è una coincidenza. La ricerca accademica ha stabilito da tempo una correlazione robusta tra il livello di educazione finanziaria di una popolazione e la salute dei conti pubblici del paese in cui vive. Lusardi e colleghi hanno calcolato che la scarsa conoscenza finanziaria spiega tra il 30 e il 40 percento della disuguaglianza di ricchezza tra le famiglie. (Fonte: Lusardi, Mitchell, Curto, 2017, NBER Working Paper) L’economista Edmund Phelps ha stimato che l’analfabetismo finanziario costa alla Francia circa un punto di PIL all’anno, circa 24 miliardi di euro. (Fonte: Phelps, 2017, citato in “Financial Literacy and Financial Education in Western Europe”, ResearchGate 2021) Per l’Italia, con una struttura economica e sociale comparabile, l’impatto sarebbe almeno dello stesso ordine di grandezza.
Ma attenzione e qui voglio essere preciso, perché ci tengo al rigore. Non stiamo dicendo che basta insegnare finanza nelle scuole e il debito pubblico sparisce. Il nesso non è diretto. È più sottile. E capirlo è la parte più importante.
Il meccanismo: come si collegano davvero
Il collegamento tra educazione finanziaria e salute economica di un paese passa attraverso tre vettori.
Il primo è il risparmio consapevole. Chi capisce la finanza non lascia i soldi fermi sul conto corrente a perdere valore per l’inflazione. Investe. Diversifica. Costruisce un patrimonio nel tempo. Diventa meno dipendente dallo Stato in vecchiaia e questo alleggerisce la pressione sul sistema pensionistico e sul welfare, riducendo la necessità di spesa pubblica in deficit.
Il secondo è la qualità delle decisioni politiche. Un cittadino che capisce cosa significa “deficit al 3% del PIL”, o che sa riconoscere una promessa elettorale matematicamente impossibile, vota in modo diverso. Chiede conto in modo diverso. La domanda politica cambia quando l’elettorato è competente e i governi che sanno di avere un elettorato competente fanno scelte più responsabili.
Il terzo è la produttività privata. Chi capisce il credito lo usa bene. Chi capisce gli investimenti costruisce imprese. Chi sa leggere un bilancio crea valore. Una popolazione finanziariamente alfabetizzata genera crescita dal basso, non dall’alto, non dalla spesa pubblica, ma dall’iniziativa privata consapevole.
Tutto parte dallo stesso punto: la conoscenza.
Il paradosso italiano
C’è un dato che trovo straordinario, che racconta l’Italia meglio di qualsiasi discorso politico.
Il debito pubblico italiano a fine 2025 aveva raggiunto i 3.095 miliardi di euro. (Fonte: Banca d’Italia, comunicato febbraio 2026) Cinquantaduemila euro per ogni cittadino italiano, neonati compresi. Il rapporto debito/PIL è al 137%, contro una media europea dell’85%.
Eppure, nello stesso momento, la ricchezza privata delle famiglie italiane è stimata intorno agli 11.000 miliardi di euro. (Fonte: Banca d’Italia, Indagine sui bilanci delle famiglie) Siamo tra i paesi con il più alto patrimonio privato pro capite d’Europa.
Siamo un popolo di risparmiatori, ma non di investitori consapevoli. Abbiamo i soldi, ma spesso non sappiamo come farli lavorare. Teniamo liquidità ferma, compriamo casa per “sicurezza”, diffidiamo dei mercati finanziari per mancanza di strumenti culturali e nel vuoto che lasciamo, entra lo Stato, con il suo debito.
C’è poi un ultimo numero che non riesco a togliermi dalla testa: l’Italia è l’unico paese dell’Unione Europea che paga più interessi sul proprio debito pubblico di quanto investa in istruzione. (Fonte: elaborazione su dati MEF e Istat) Spendiamo più per il passato che per il futuro.
Partire da piccoli: la vera soluzione
Torniamo a quella classe di seconda elementare.
Quei bambini di sette anni non sapevano cos’è un BTP o un ETF. Ma sapevano benissimo che i soldi hanno un valore. Che le cose costano. Che bisogna scegliere, perché non si può avere tutto. Avevano già l’intuizione, mancava solo il linguaggio per darle forma.
I paesi che guidano le classifiche PISA Financial Literacy non ci sono arrivati per caso. Estonia, Finlandia, Canada, Australia hanno programmi strutturati di educazione economica e finanziaria nelle scuole, obbligatori, progressivi, che iniziano alle primarie e crescono con i ragazzi. Non un’ora di economia in terza superiore. Un percorso.
In Italia, ad oggi, l’educazione finanziaria non è una materia obbligatoria. Sopravvive grazie a iniziative volontarie, a progetti locali, a insegnanti motivati e, permettetemi di dirlo, a consulenti finanziari che ogni tanto entrano in una classe con la speranza di piantare un seme. (Fonte: OCSE PISA 2022, National Report Italia, INVALSI/Banca d’Italia)
Ci sono segnali positivi: Banca d’Italia porta avanti da anni il programma “Educazione Finanziaria nelle Scuole”. Il Mese dell’Educazione Finanziaria ogni ottobre coinvolge centinaia di istituzioni. Il Comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria, istituito nel 2017, lavora per portare il tema all’attenzione del legislatore.
Ma non basta ancora. Perché il cambiamento vero richiede struttura, non buona volontà e la buona notizia, quella che ho visto con i miei occhi in quella classe, è che i bambini sono pronti. Molto più di quanto pensiamo. I bambini, se stimolati, ragionano da economisti. Hanno solo bisogno che qualcuno faccia loro le domande giuste.
Se capissimo la finanza, l’Italia sarebbe diversa?
Sì. Non per magia. Non dall’oggi al domani. Ma attraverso un cambiamento lento, profondo, generazionale, che inizia in classe, continua nelle famiglie e passa anche da conversazioni come questa.
Il debito pubblico non si risolve con un decreto. La crescita non si ordina con una legge di bilancio. Ma una generazione che cresce sapendo leggere il mondo economico in cui vive, quella sì può cambiare le cose.
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La letteratura era originariamente un’arte e la finanza un commercio; oggi è il contrario.
Joseph Roux
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