Capitale di rischio privato e mercati privati non sono la stessa cosa

Affrontiamo un tema che abbiamo già toccato in parte, ma che sento spesso confuso, anche tra persone che si occupano di finanza da anni. Si parla di private equity, si parla di mercati privati, quasi come fossero sinonimi. Non lo sono e capire la differenza non è un esercizio accademico: è qualcosa che potrebbe cambiare il modo in cui costruisci il tuo portafoglio. Perché questi strumenti, fino a poco tempo fa riservati ai grandi fondi istituzionali, oggi bussano alla porta anche del risparmiatore italiano. Vale la pena sapere cosa si nasconde dietro quelle parole.

IL MONDO “PRIVATO”: PARTIAMO DALLE BASI

Prima distinzione fondamentale: mercato pubblico contro mercato privato. Non nel senso dello Stato contro l’azienda privata: nel senso finanziario del termine.

Un mercato pubblico è quello delle borse valori: compri azioni Eni, obbligazioni del Tesoro, un fondo indicizzato quotato sull’S&P 500. Tutto è quotato, tutto ha un prezzo visibile in tempo reale, tutto si può comprare e vendere in pochi secondi.

Un mercato privato è l’opposto: aziende non quotate, progetti infrastrutturali, immobili, finanziamenti a imprese che non emettono obbligazioni sul mercato aperto. Non c’è un listino. Non c’è liquidità immediata. Il prezzo non si aggiorna ogni minuto.

Punto di partenza, dunque: i mercati privati, o attivi privati, sono tutto ciò che non è quotato in borsa.

COS’È IL CAPITALE DI RISCHIO PRIVATO

Il capitale di rischio privato, private equity nell’uso internazionale, è la categoria più nota dei mercati privati, ed è spesso quella che finisce sui giornali.

Nella pratica, un fondo di questo tipo raccoglie capitali da investitori istituzionali: fondi pensione, compagnie assicurative, fondi sovrani. Li usa per acquisire partecipazioni in aziende private. L’obiettivo è chiaro: entrare nell’azienda, migliorarla sul piano operativo o finanziario, e uscire dopo quattro-sette anni con un guadagno.

Esistono diverse declinazioni. L’acquisizione con leva (buyout): si prende il controllo di un’azienda matura, spesso ricorrendo al debito. Il capitale di avvio (venture capital): si finanziano le imprese nelle fasi iniziali, quando il rischio è alto e il potenziale anche. Il capitale di espansione (growth capital): accompagna aziende già profittevoli in una fase di crescita. KKR, Blackstone, Carlyle: questi sono i nomi più grandi del settore a livello mondiale.

Il capitale di rischio privato è, storicamente, una delle categorie d’investimento con i rendimenti più elevati. Ma ha due caratteristiche che non vanno mai dimenticate: illiquidità e orizzonte lungo. I fondi tradizionali durano dieci anni. Il capitale è vincolato. Non si può uscire quando si vuole. È come entrare in società con qualcuno: non ci si separa il giorno dopo.

I MERCATI PRIVATI: UN UNIVERSO MOLTO PIÙ AMPIO

Qui entra la distinzione che molti non conoscono. Il capitale di rischio privato è solo uno dei segmenti dei mercati privati. L’universo è molto più vasto.

C’è il debito privato (private debt): prestare denaro direttamente a un’azienda, senza passare da una banca o da un’emissione obbligazionaria pubblica. L’azienda paga interessi al fondo, che incassa cedole regolari. È simile a un’obbligazione, ma con rendimenti più alti e minore liquidità. Un artigiano che chiede un prestito alla propria banca, su scala industriale.

Ci sono le infrastrutture private: autostrade, reti energetiche, aeroporti, parchi eolici. Beni fisici, spesso con flussi di cassa garantiti da contratti pluridecennali, spesso agganciati all’inflazione. Un porto che incassa pedaggi non dipende dalle oscillazioni di borsa.

Ci sono i beni reali in senso lato: terreni agricoli, foreste, immobili non quotati. E c’è il comparto immobiliare privato, distinto dai fondi immobiliari quotati in borsa.

In sintesi: il capitale di rischio privato investe nel capitale delle aziende non quotate. I mercati privati includono tutto questo, ma anche chi presta denaro, chi possiede infrastrutture, chi investe nell’economia reale in ogni sua forma.

LA NOVITÀ CHE CAMBIA LE REGOLE

Per decenni, tutto questo è rimasto territorio esclusivo dei grandi investitori istituzionali. Il risparmiatore italiano non aveva accesso. I minimi erano nell’ordine del milione di euro.

Poi è arrivato l’ELTIF 2.0, Fondo Europeo per gli Investimenti a Lungo Termine (European Long-Term Investment Fund), entrato in vigore a gennaio 2024. È un regolamento europeo che ha ridisegnato le regole del gioco.

I dati parlano chiaro: nel 2024 sono stati lanciati più ELTIF che nei tre anni precedenti messi insieme, portando le dimensioni del mercato da 13 a 20 miliardi di euro in un solo anno. L’Italia si è confermata protagonista: secondo i dati Assogestioni a fine 2025, gli investitori italiani detenevano 4,5 miliardi di euro in ELTIF, rendendo il nostro Paese il secondo mercato più grande in Europa.

La svolta più concreta? Gli investitori al dettaglio possono oggi accedere ai mercati privati con soglie molto più basse rispetto al passato.

MA FA PER TE? IL PUNTO ONESTO

Qui devo essere diretto, come sempre in questa trasmissione.

I mercati privati possono offrire rendimenti superiori a quelli dei mercati quotati. Storicamente, hanno mostrato una certa tenuta nei momenti di forte volatilità in borsa. E per chi ha orizzonti lunghi, rappresentano una vera diversificazione.

Ma ci sono tre cose da capire prima di investire.

La prima: la liquidità. La maggior parte degli ELTIF consente di acquistare e vendere quote una volta al mese o al trimestre, con rimborsi che devono essere richiesti con mesi di anticipo e possono essere negati se le riserve di liquidità del fondo si esauriscono. Non è come vendere un fondo indicizzato in tre clic.

La seconda: la complessità. Questi prodotti non si valutano come un fondo azionario tradizionale. Il valore patrimoniale netto delle quote non si aggiorna ogni giorno. I meccanismi di uscita hanno regole precise che vanno lette con attenzione.

La terza: il profilo dell’investitore. Capire questi strumenti richiede una buona preparazione finanziaria, perché i processi d’investimento sono ben diversi da quelli del mercato quotato. Non è uno strumento per chi potrebbe aver bisogno di liquidità nel breve periodo.

 

I mercati privati non sono più un club esclusivo. Ma l’allargamento dell’accesso non significa che siano adatti a tutti, in ogni momento, in ogni misura. La domanda giusta non è “quanto rendono?” ma “hanno senso per il mio portafoglio, il mio orizzonte temporale, la mia tolleranza all’illiquidità?”

 

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Qualcuno sta seduto all’ombra oggi perché qualcun altro ha piantato un albero molto tempo fa.

Warren Buffett

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