Hormuz: il conto che arriva

Negli ultimi giorni è stata annunciata una tregua di due settimane tra Stati Uniti e Iran, con la riapertura, almeno parziale, dello Stretto di Hormuz. I mercati hanno festeggiato: petrolio in calo, borse in rialzo, gas ai minimi da settimane.

Ma attenzione. Perché quello che sta accadendo non è la fine di una crisi. È l’inizio di un nuovo equilibrio, molto più costoso di quello che avevamo prima. Oggi vi spiego perché, con numeri precisi e conseguenze concrete per chi investe in Italia.

IL PEDAGGIO: UNO STRETTO CHE NON SARÀ MAI PIÙ GRATIS

Cominciamo dal dato più clamoroso di questa crisi, quello che cambierà le regole del gioco in modo strutturale.

Per attraversare lo Stretto di Hormuz serve ora il permesso dell’Iran, che può concederlo o negarlo a piacimento, come ha già dimostrato bloccando nuovamente il transito non appena Israele ha condotto attacchi in Libano. Tra i dieci punti della proposta di accordo avanzata da Teheran c’è l’introduzione di una tariffa di transito, destinata a finanziare la ricostruzione dopo i bombardamenti di Stati Uniti e Israele.

Non stiamo parlando di cifre simboliche. I Paesi “non ostili” dovrebbero pagare fino a due milioni di dollari a nave per passare. Se circa 140 navi al giorno versassero tali importi, i ricavi annuali per l’Iran potrebbero superare i 100 miliardi di dollari.

Per capire la portata storica di questo cambiamento: lo Stretto di Hormuz era, fino a pochi mesi fa, una rotta internazionale libera, come l’alto mare. Oggi si sta trasformando in qualcosa di simile al Canale di Suez o al Canale di Panama: un’arteria a pedaggio. Con una differenza fondamentale: qui a controllare il casello non c’è un’autorità internazionale neutrale, ma un Paese che usa quel controllo come leva diplomatica e militare.

Il risultato di 39 giorni di guerra è che uno dei passaggi più vitali per i traffici globali di energia si è trasformato da rotta libera a una sorta di protettorato di Teheran, definito dall’economista Paul Krugman “un’umiliazione strategica” per Washington.

IL PETROLIO: TORNERÀ AI PREZZI DI PRIMA?

La risposta breve è: no. Almeno non presto, e forse mai del tutto.

Con l’annuncio della tregua, il Brent è sceso sotto i 95 dollari al barile e il gas naturale ad Amsterdam è calato sotto i 45 euro per MWh, una riduzione che riflette la diminuzione del premio geopolitico accumulato nelle settimane di maggiore tensione. Una buona notizia, certo.

Ma il quadro strutturale è un altro. Gli assicuratori di Lloyd’s di Londra hanno chiarito subito che la base tariffaria per le polizze sulle traversate resterà sensibilmente più alta rispetto ai parametri storici, indipendentemente dalla tregua. La fragilità del quadro geopolitico continuerà a pesare sui costi operativi delle compagnie armatrici.

In parole semplici: anche quando le navi torneranno a passare normalmente, il costo per assicurarle resterà alto. Quel costo si scaricherà sul prezzo del petrolio, sul costo del trasporto, e infine sui prezzi al consumo. È una delle conseguenze meno visibili ma più durature di questa crisi.

Va poi considerato il problema fisico della riapertura. Secondo dati di Kpler, nello Stretto erano bloccate circa 187 petroliere cariche di 172 milioni di barili di petrolio e greggio raffinato, con oltre 1.000 navi intrappolate nell’intero Golfo. Per smaltirle ci vorrebbero più di due settimane anche in condizioni normali. Il ritorno alla normalità operativa non avverrà in modo repentino, ma sarà un processo graduale, di mesi.

LA CASCATA INFLAZIONISTICA: NON SOLO BENZINA

Qui arriviamo alla parte che tocca direttamente le tasche degli italiani.

La crisi di Hormuz non ha colpito solo il prezzo della benzina. Ha innescato quella che gli economisti chiamano una “cascata inflazionistica”: uno shock energetico che risale lungo tutta la catena del valore.

Il primo canale è quello diretto: carburanti più cari, bollette più alte. Le stime indicano che l’interruzione dei flussi energetici dal Golfo potrebbe portare il prezzo medio del gas in Europa dai 30 euro per MWh di febbraio 2026 ai 45-60 euro per MWh per l’intero anno, a seconda della durata del conflitto.

Il secondo canale è quello alimentare, meno visibile, ma altrettanto potente. Come mostrano i due grafici che trovate nell’articolo sul sito, i prezzi dei fertilizzanti, prodotti in larga parte a partire dal gas naturale, sono già saliti del 52% su base annua ai massimi da maggio 2022. Questo si tradurrà in costi agricoli più alti, e poi in prezzi alimentari più alti per tutti noi, con un effetto ritardato di tre-sei mesi rispetto allo shock energetico.

Il terzo canale è quello industriale. Secondo la CGIA di Mestre, la guerra in Iran rischia di costare alle imprese italiane quasi 10 miliardi di euro in più nel 2026: 7,2 miliardi sui costi dell’elettricità e 2,6 miliardi sul gas, per un aumento complessivo del 13,5% rispetto al 2025.

L’ITALIA: IL PAESE G7 PIÙ ESPOSTO

Non è un caso che l’Italia compaia sistematicamente come il Paese avanzato più a rischio in questa crisi. C’è una ragione strutturale precisa.

L’Italia importa il 45% del proprio gas naturale liquefatto dal Qatar, via Stretto di Hormuz. Le riserve di gas europee sono scese sotto il 30% della capacità, ben al di sotto della media quinquennale. ENI aveva firmato contratti a lungo termine con Doha proprio per il 2026. Quando a fine febbraio i Pasdaran hanno dichiarato chiuso lo Stretto, quelle forniture si sono fermate.

Confindustria ha costruito tre scenari per il PIL italiano basati sulla durata del conflitto. Nello scenario intermedio, conflitto prolungato fino a giugno, l’economia italiana entrerebbe in stagnazione: crescita zero, inflazione al 4,3%, rincaro energetico del 60%. Nello scenario avverso, guerra prolungata fino a fine anno, recessione a meno 0,7%, inflazione al 5,9%, con impatto da 21 miliardi per le sole imprese manifatturiere.

Il governo italiano sta cercando di aumentare le forniture di gas dall’Algeria come percorso alternativo, mentre a livello europeo si discutono tetti ai prezzi del petrolio e tasse sulle società energetiche. Misure di emergenza, non soluzioni strutturali.

LA SVOLTA VERDE: OPPORTUNITÀ O ILLUSIONE?

C’è chi sostiene che questa crisi potrebbe essere, paradossalmente, il più potente acceleratore della transizione energetica mai visto. È vero?

Parzialmente sì. Una spinta verso una nuova mappa delle rotte energetiche è in corso, paragonabile, secondo alcuni analisti, alla spinta verso la digitalizzazione avvenuta dopo il Covid. Nuove infrastrutture energetiche e nuove reti potrebbero liberare il mondo dalla dipendenza da Hormuz.

Ma c’è un “ma” importante. L’Europa arriva in questa nuova fase di instabilità con una posizione di maggiore debolezza rispetto al 2022, anche a causa delle pressioni dell’amministrazione Trump attraverso la sua strategia di predominio energetico e delle lobby favorevoli ai combustibili fossili, che hanno contribuito a frenare il Patto Verde Europeo.

La transizione è necessaria e inevitabile. Ma non risolve il problema del 2026. Le rinnovabili non si costruiscono in sei mesi. Nel breve periodo, la risposta deve passare per la diversificazione delle forniture fossili, Algeria, Norvegia, gas naturale liquefatto americano e per misure di efficienza energetica immediate. Il verde è la direzione giusta. Ma non è il salvagente di questa estate.

COSA FA L’INVESTITORE

In questo contesto, alcune considerazioni pratiche.

I settori energetici e le aziende di pubblica utilità tendono a beneficiare dell’aumento dei prezzi dell’energia, ma con molta selettività: le società esposte ai costi di approvvigionamento possono soffrire, mentre quelle con produzione propria o contratti a lungo termine ne traggono vantaggio.

Le rinnovabili vedono aumentare la loro attrattività strutturale: ogni crisi energetica fossile ne consolida le ragioni d’investimento nel lungo periodo. Guardare al settore con pazienza è razionale.

Le obbligazioni a breve termine, BTP a 2-3 anni, in un contesto di possibili rialzi BCE diventano più interessanti rispetto a quelle a lunga scadenza, più esposte alla volatilità dei tassi.

L’oro continua a fare il suo lavoro di riserva di valore in fasi di incertezza geopolitica elevata e soprattutto, in questa crisi, i vincitori parziali sono gli esportatori netti di energia, Russia e Stati Uniti, che vedono aumentare i ricavi dalle proprie risorse fossili. I perdenti strutturali sono i Paesi importatori netti, tra cui l’Italia. Saperlo serve a capire dove guardare e dove stare più cauti.

 

La tregua di oggi è una buona notizia. Ma non è la fine della storia: è l’inizio di un nuovo capitolo in cui il passaggio per Hormuz avrà un prezzo, i mercati energetici resteranno sotto pressione e l’Italia pagherà la vulnerabilità strutturale che ha costruito nel tempo.

La crisi energetica è anche un’opportunità per capire dove siamo fragili e per iniziare a rafforzarci. Come sempre, la consapevolezza è il primo strumento di difesa.

 

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Il regno dei cieli potrà anche essere fondato sulla giustizia, ma i regni terrestri sono fondati sul petrolio.

Jeremy Rifkin

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