Parto da un’immagine. Il 30 luglio, alla stazione idrometrica di Cremona, il Po è sceso a 8,59 metri sotto lo zero idrometrico: un centimetro più in basso del minimo storico del 2022. Nel delta, con così poca acqua dolce, il mare è risalito lungo il fiume fino a 20-25 chilometri dalla foce, con danni a ecosistemi e agricoltura.
Poche settimane dopo è arrivato il verdetto di Copernicus: agosto è stato il mese più caldo mai registrato, alla pari con luglio 2023, con una temperatura media globale di 1,65 °C sopra il livello preindustriale. In Italia, secondo il CNR, l’estate 2026 è stata la più calda da quando esistono le serie storiche (1950), con una media di 24,3 °C: il precedente primato era del 2003, con 23,6 °C.
Oggi non faccio lezione: suono un campanello d’allarme. I due pilastri più elementari della nostra vita, l’acqua che beviamo e il cibo che mangiamo, stanno cedendo più in fretta di quanto riusciamo a reagire. E l’acqua non aspetta.
IL CONTO NEI CAMPI
Cominciamo da dove il colpo arriva per primo: la terra.
Coldiretti, in una prima stima, calcola oltre 3 miliardi di euro di danni all’agricoltura tra caldo estremo, siccità, grandine e incendi, con perdite di raccolto che in alcune aree arrivano all’80%. Il riso è il caso più evidente. L’Italia è il primo produttore europeo e oltre l’80% delle risaie si trova nel bacino del Po, nelle province di Pavia, Vercelli e Novara.
Non è solo un’estate sfortunata. Già nel 2024, secondo l’ISTAT, oltre il 90% delle aziende agricole italiane segnalava difficoltà a irrigare, con punte del 99,2% in Sicilia.
Ora il passaggio che interessa a chi si occupa di finanza. Qualcuno pensa: «È un problema degli agricoltori». No. Uno studio del CMCC (Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici) e del Politecnico di Milano ha calcolato che la siccità pluriennale 2015-2018 è costata all’Italia 24,3 miliardi di euro di PIL, oltre a un calo degli investimenti di quasi il 6% e a 330mila posti di lavoro in meno. Se la stessa siccità colpisse un mondo più caldo di 2 °C, il conto per l’Italia salirebbe a circa 74 miliardi di euro, con 960mila posti di lavoro coinvolti.
Perché, quando manca l’acqua, non si ferma solo il campo. L’incertezza sulla disponibilità d’acqua pesa sugli investimenti: riduce la produttività dei territori, alza il rischio percepito dalle imprese e frena i nuovi progetti.
IL PARADOSSO ITALIANO
Qui arriva il paradosso che più mi fa arrabbiare.
Da oltre vent’anni l’Italia è il Paese dell’Unione europea che preleva più acqua dolce per uso potabile, nettamente più di Francia e Germania. In rapporto alla popolazione, con 150 metri cubi l’anno per abitante, siamo secondi solo all’Irlanda. Il problema non è che ne abbiamo poca. È che la trattiamo male.
Primo: nelle reti idriche si perde il 42,4% dell’acqua potabile immessa. Con quella dispersa si potrebbe coprire per un anno il fabbisogno di 43,4 milioni di persone. Quasi un litro su due non arriva mai al rubinetto.
Secondo: stando all’ANBI, dei circa 300 miliardi di metri cubi di pioggia che cadono ogni anno in Italia, ne tratteniamo appena l’11%.
Terzo: riutilizziamo solo il 4% delle acque reflue urbane già depurate.
Il risultato? Nel 2024 oltre un milione di residenti nei comuni capoluogo ha vissuto con l’acqua razionata e ad Agrigento l’erogazione è stata sospesa o ridotta per tutto l’anno, con turnazioni settimanali tra i quartieri.
Guardate la situazione con gli occhi di chi gestisce un patrimonio. È come avere un reddito alto, sprecarne quasi la metà e non mettere da parte nulla nei mesi buoni. E poi stupirsi di trovarsi scoperti alla prima spesa imprevista.
IL TEMPO È SCADUTO
A giugno, nell’episodio Il pianeta che brucia, vi dicevo che non agire è la scelta più costosa di tutte. Tre mesi dopo, guardiamo cosa è successo sul fronte dell’acqua.
Dopo il disastroso 2022 era nata una cabina di regia nazionale per la crisi idrica. Ma la sua ultima seduta risaliva all’8 agosto 2025 e il ministro l’ha riconvocata per il 9 luglio, con l’estate già esplosa. Quasi un anno di silenzio.
Il piano principale, il PNIISSI (Piano nazionale di interventi infrastrutturali e per la sicurezza nel settore idrico), prevede 418 interventi per circa 12 miliardi di euro. La Corte dei conti ha però segnalato ritardi nell’attuazione e procedure ferme su alcuni interventi. Il cosiddetto «piano laghetti» per trattenere la pioggia è stato presentato da ANBI e Coldiretti per la prima volta nell’autunno del 2021. Partiamo e poi ci fermiamo e intanto paghiamo.
Secondo il direttore generale dell’ANBI, Massimo Gargano, che cita dati ISPRA, spendiamo 3,5 miliardi di euro l’anno per riparare i danni di frane e alluvioni, e la sola siccità è costata circa 4 miliardi di euro l’anno negli ultimi quattro anni.
La diagnosi c’è e i progetti ci sono. Manca la velocità. Governi e grandi aziende continuano a trattare come emergenza ciò che ormai è strutturale.
DOVE VA IL CAPITALE
Cosa c’entra tutto questo con i nostri risparmi? Molto.
Quando un bene diventa scarso, acquista valore chi lo sa gestire meglio. Per un investitore, il tema dell’acqua si articola in tre filoni:
- Infrastrutture: condotte, reti, impianti di depurazione.
- Tecnologie: contatori intelligenti, sensori che individuano le perdite, sistemi di riuso.
- Gestori del servizio idrico: le società che gestiscono il servizio, spesso con ricavi regolati e quindi più prevedibili.
Esistono anche le obbligazioni «blu», titoli il cui ricavato finanzia progetti legati all’acqua.
Poi c’è l’agricoltura digitale, cioè la tecnologia applicata ai campi: irrigazione di precisione, droni, programmi che dicono all’agricoltore quando e quanto irrigare. In Italia il mercato dell’Agricoltura 4.0 è cresciuto del 9% nel 2025, raggiungendo 2,5 miliardi di euro. Ma guardate il dato che conta davvero: la superficie coltivata con strumenti digitali è ferma al 10%, solo il 9% delle aziende è digitalmente maturo e il 79% dipende dagli incentivi pubblici. Il potenziale è enorme proprio perché siamo indietro.
Il risparmiatore può esporsi a questi temi con fondi tematici e fondi indicizzati quotati (ETF), oppure con le obbligazioni. Da consulente, però, vi dico tre cose con franchezza.
Primo: un tema giusto non garantisce un rendimento. Se tutti puntano sullo stesso tema, il prezzo lo sconta in anticipo.
Secondo: i fondi tematici sono concentrati. Vanno usati come una componente del portafoglio, non come il portafoglio.
Terzo: molti di questi settori vivono di regole e di incentivi pubblici. Se cambia la regola, cambia il conto.
Chi ha corso lo sa: nelle gare di durata non vince chi fa il giro più veloce, ma chi gestisce meglio carburante e pneumatici fino alla bandiera a scacchi. Con l’acqua è lo stesso. Vince chi amministra la risorsa sulla distanza.
METTI DA PARTE PER IL MAGGIOR BISOGNO
Torno al titolo del mio ultimo libro, Metti da parte per il maggior bisogno. È una frase dei nostri nonni, che la applicavano ai soldi come all’acqua.
In campagna c’era la cisterna che raccoglieva la pioggia dal tetto. L’acqua di cottura finiva nell’orto. Il pane raffermo diventava pappa col pomodoro o ribollita. Non si buttava niente. Non per una virtù astratta, ma perché si sapeva che l’estate secca sarebbe arrivata.
Un invaso è esattamente questo: il fondo di emergenza dell’acqua. Si riempie quando piove e si usa quando serve. Un Paese che trattiene appena l’11% della pioggia è come una famiglia che lascia scorrere via quasi nove euro su dieci di ciò che guadagna nei mesi buoni, e poi si crede al sicuro.
Ridisegnare la nostra vita, allora, non è uno slogan. Significa tre cose concrete.
Nei consumi. Ogni spreco di cibo è anche acqua buttata: il 72% dell’acqua dolce prelevata nel mondo è destinato all’agricoltura.
In casa. Recupero dell’acqua piovana, riduttori di flusso, elettrodomestici efficienti, giardini che non hanno bisogno di acqua ogni sera. Chi compra o ristruttura casa dovrebbe informarsi su quanta acqua consuma l’immobile, come oggi fa con la classe energetica.
Nel modo di produrre. Premiare, con le nostre scelte d’acquisto e d’investimento, chi usa meglio l’acqua.
Il nostro pozzo non è ancora asciutto. Ma quest’estate ne abbiamo visto il fondo.
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Quando il pozzo è asciutto, conosciamo il valore dell’acqua
Benjamin Franklin
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Immagine generata tramite AI




