La pensione che non ci sarà — o quasi

C’è una frase che i politici italiani non hanno mai avuto il coraggio di pronunciare in modo chiaro, davanti a una telecamera, guardando negli occhi i ventenni di oggi. Una frase semplice, onesta, persino liberatoria nella sua brutalità: i soldi non ci sono più.

Non nel senso che qualcuno li ha rubati. Nel senso che il sistema pensionistico pubblico, così come lo abbiamo conosciuto, non è più in grado di garantire ai giovani di oggi quello che ha garantito ai loro nonni ieri e il silenzio attorno a questa verità, fatto di norme scritte in giuridichese, di comunicati stampa incomprensibili e di numeri sepolti in allegati ministeriali, è uno dei più grandi fallimenti della comunicazione pubblica degli ultimi trent’anni.

Oggi parliamo di questo e parliamo anche delle novità che entreranno in vigore il 1° luglio 2026 in materia di previdenza complementare, la più importante riforma del secondo pilastro previdenziale dal 2005. Poi allarghiamo lo sguardo all’Europa. Perché il problema non è solo italiano.

IL QUADRO — cosa sta succedendo davvero

Partiamo dai numeri, perché i numeri non mentono.

In Italia ci sono oggi oltre 16,3 milioni di pensionati, con un assegno medio mensile lordo di 1.861 euro. La spesa pensionistica ha raggiunto nel 2023 il 15,5% del PIL, la più alta tra i paesi europei, contro una media UE del 12,3%. Spendiamo più di tutti. Ma questo non ci mette al sicuro per il futuro, anzi, è parte del problema.

Tra il 2025 e il 2050, la popolazione in età lavorativa si ridurrà di 7,7 milioni di persone, pari a un calo del 20,5% della forza lavoro attuale. Meno lavoratori attivi significa meno contributi che entrano e il sistema a ripartizione, quello per cui i lavoratori di oggi pagano le pensioni di chi è già andato in pensione, comincia a cigolare in modo preoccupante.

Il tasso di sostituzione è il numero chiave da tenere a mente. Indica quanta parte dell’ultimo stipendio verrà rimpiazzata dalla pensione. Chi ha iniziato a lavorare nel 1982 ed è andato in pensione nel 2020, con 38 anni di contributi, ha goduto di un tasso di sostituzione dell’81,5%. Un giovane che inizia a lavorare nel 2022 e andrà in pensione nel 2060, con gli stessi anni di contributi, avrà un tasso del 64,8%.

Quasi venti punti percentuali in meno e questo in uno scenario ottimistico: carriera lineare, contribuzione continuativa, nessun buco. Per i giovani la questione si complica ulteriormente a causa di carriere molto più discontinue, con una maggiore probabilità di lacune contributive. Prima un contratto a tempo indeterminato, poi una collaborazione, poi un anno da lavoratore autonomo… il montante contributivo si sgretola.

La traduzione pratica è questa: un giovane italiano che oggi ha trent’anni, se lavora bene e senza interruzioni, potrà aspettarsi una pensione pari a circa il 65% del suo ultimo reddito. Se invece, come accade a molti, la carriera è stata frammentata, quel numero potrebbe scendere sotto il 50%. E forse oltre.

LE NOVITÀ DAL 1° LUGLIO 2026

Arriviamo alla riforma. La Legge 30 dicembre 2025, n. 199 (Legge di Bilancio 2026) rappresenta il più significativo intervento normativo sulla previdenza complementare italiana dal D.lgs. n. 252/2005. Le novità, concentrate nei commi 195-205 dell’art. 1, entreranno prevalentemente in vigore il 1° luglio 2026.

Cosa cambia concretamente? Tre novità principali.

Prima novità: l’adesione automatica per i neoassunti. Dal 1° luglio 2026, i neoassunti nel settore privato che non hanno posizioni previdenziali attive verranno iscritti automaticamente al fondo pensione negoziale previsto dal proprio Contratto Collettivo Nazionale. Non è un obbligo: chi non vuole aderire può esercitare la rinuncia, comunicando la propria volontà di non aderire, entro 60 giorni dall’assunzione. Ma il meccanismo di scelta automatica cambia. Prima bisognava attivarsi per aderire. Ora bisogna attivarsi per non aderire. Una differenza psicologica e pratica enorme, confermata da decenni di studi comportamentali: quando qualcosa è la scelta predefinita, la maggioranza la accetta.

Seconda novità: la portabilità del contributo datoriale. Questa è forse la novità più rilevante per chi già lavora. La riforma consente di conservare il versamento del datore di lavoro al fondo pensione anche nel caso in cui il dipendente opti per una forma diversa da quella prevista dal contratto collettivo di riferimento. Dopo due anni di partecipazione, il lavoratore potrà trasferire la propria posizione a un fondo aperto o a un Piano Individuale Pensionistico (PIP), mantenendo il diritto al contributo del datore di lavoro.

In parole semplici: finora, se decidevi di uscire dal fondo negoziale del tuo contratto per andare in un fondo aperto o in un piano individuale pensionistico, perdevi il contributo del tuo datore di lavoro, che in molti casi vale l’1% o il 2% della retribuzione. Dal 1° luglio, puoi portarti quel contributo dietro. È una liberalizzazione importante, che amplia la libertà di scelta.

Terza novità: l’aumento del tetto di deducibilità fiscale. A partire dal 1° gennaio 2026, già in vigore, la soglia annua di contributi detassati IRPEF è salita da 5.164,57 euro a 5.300 euro. Non è una rivoluzione, ma è un segnale: per la prima volta da anni, quel limite è stato aggiornato. Significa che puoi versare fino a 5.300 euro l’anno al tuo fondo pensione e dedurli integralmente dal reddito imponibile. Se sei in uno scaglione IRPEF al 35% o al 43%, il risparmio fiscale reale è considerevole.

C’è però un aspetto che pochi sottolineano. La Legge di Bilancio 2026 ha abrogato la disposizione introdotta nel 2025, che consentiva di sommare previdenza complementare e sistema pubblico per raggiungere i requisiti economici necessari alla pensione anticipata. Una porta che era stata aperta con una mano è stata richiusa con l’altra.

L’ANALISI CRITICA — è davvero una svolta?

Detto questo, è lecito chiedersi: è abbastanza?

La risposta onesta è: no, non è abbastanza. È un passo nella direzione giusta, ma arriva tardi, timido, e soprattutto mal comunicato.

L’adesione automatica è un meccanismo efficace, lo dimostrano i dati dal Regno Unito, dove il programma di iscrizione automatica introdotto nel 2012 ha portato il tasso di adesione alla previdenza complementare dal 55% all’89% in dieci anni. Ma funziona se il messaggio che arriva ai lavoratori è chiaro: questa è la tua pensione di scorta, senza di questa non ce la fai. In Italia, quel messaggio non è stato comunicato. La riforma è stata annunciata con comunicati tecnici, non con una campagna pubblica nazionale, non con spot televisivi, non con un linguaggio che un giovane di 25 anni possa capire mentre legge lo smartphone.

La spesa pensionistica pubblica in Italia era al 15,5% del PIL nel 2023, la più alta tra i paesi OCSE, contro una media di 8,8%. E al momento dell’uscita dal mercato del lavoro, l’aspettativa di vita in Italia è di 20,7 anni per gli uomini e 25 per le donne, contro medie OCSE rispettivamente di 18,6 e 22,8. Viviamo più a lungo. Il sistema deve pagare più a lungo. I conti non tornano e non torneranno, a meno di interventi strutturali che nessun governo ha ancora avuto il coraggio di mettere nero su bianco.

IL CONFRONTO EUROPEO

Non siamo soli. Tutta l’Europa sta affrontando la stessa crisi demografica, e le risposte, pur diverse, convergono verso una direzione comune: lavorare più a lungo e accantonare di più in autonomia.

In Germania il passaggio graduale da 65 a 67 anni per il pensionamento di vecchiaia sarà completato entro il 2029. In Spagna la riforma prevede il raggiungimento dei 67 anni nel 2027, con un progressivo allungamento del periodo contributivo necessario.

La Francia è il caso più interessante e istruttivo. Nonostante la riforma contestatissima di Macron, che due anni fa fece scendere in piazza il Paese, la Francia rimane ancora oggi la nazione europea in cui si va in pensione prima: 62 anni e 6 mesi. La riforma ha portato l’età da 62 a 64 anni, in mezzo a scioperi e proteste di piazza che hanno paralizzato il Paese per settimane. Il risultato? Un anno e mezzo guadagnato su un problema strutturale che ne richiede dieci.

All’estremo opposto c’è la Danimarca, che sta valutando di portare l’età pensionabile a 74 anni entro il 2040. Non è uno scherzo. È la risposta di un paese che guarda i dati demografici, fa i conti e li comunica con onestà ai propri cittadini.

La differenza tra i paesi europei virtuosi e quelli in affanno non è solo tecnica. È di comunicazione e di cultura. La Svezia ha un sistema pensionistico con tre pilastri ben distinti, pubblico, occupazionale, individuale e i lavoratori svedesi ricevono ogni anno una comunicazione che li informa esattamente di quanto avranno alla pensione e quanto devono accantonare per mantenere il loro stile di vita. In Italia, quella comunicazione è arrivata in ritardo, è arrivata complicata e per molti non è ancora arrivata.

 

Allora cosa deve fare chi ha vent’anni, trent’anni, quarant’anni oggi?

La risposta non è nell’ideologia politica. Non è aspettare che il prossimo governo risolva il problema. La risposta è nella matematica del tempo, quella stessa matematica che abbiamo già esplorato in altri episodi: prima inizi, meno ti costa.

In questo scenario il secondo pilastro, cioè la previdenza complementare, diventa fondamentale per integrare la pensione pubblica e proteggere il futuro tenore di vita. Non è un’opzione. È una necessità.

La riforma in atto dal prossimo mese è una risposta parziale a un problema enorme. La direzione intrapresa merita apprezzamento. Ma serve più coraggio, più chiarezza, e soprattutto una generazione di italiani che smetta di aspettarsi che qualcuno pensi alla loro pensione al posto loro.

 

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Warren Buffett

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